Associazione Antigone, tutelare i diritti degli ultimi. Intervista ad Alessio Scandurra

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L’Associazione Antigone è una ONLUS che da più di 30 anni si occupa di tutelare i diritti nel sistema penale e penitenziario, oltre a divulgare la situazione delle carceri e delle condizioni di vita dei detenuti. In questa intervista ad Alessio Scandurra, un membro dell’Associazione, abbiamo cercato di approfondire più temi. Tra i vari possiamo trovare: l’odio ingiustificato che le persone provano verso questa categoria di persone, l’alto numero di suicidi dei detenuti e cosa lì aspetterà in futuro, anche in vista delle elezioni del 25 settembre.

L’intervista

  • Come prima cosa le chiederei di raccontarci brevemente, cos’è e cosa fa l’associazione Antigone.

Antigone è un’associazione che si occupa dei diritti delle persone nell’ambito del sistema penale, ma prevalentemente questo significa dei diritti delle persone detenute. La prospettiva è innanzitutto quella di garantire una maggiore trasparenza di queste istituzioni. Quindi raccontare il sistema penale italiano e anche mettere a disposizione di tutti informazioni e conoscenze che poi sono utili per farsi la propria idea.

Cerchiamo di fare capire al cittadino comune com’è la vita all’interno delle carceri. Molto spesso non si ha una visione chiara di quello che succede. Si tende ad ingigantire la fetta di criminalità, di maggior spessore che ovviamente esiste, però poi non è tutta così. Ci sono tante realtà. La fetta più grossa di popolazione detenuta è la piccola criminalità. Ci sono tanti stereotipi, tanti piccoli equivoci. Ripeto, sono normali quando si parla di cose che uno non conosce, però possiamo dare una mano a smontarne alcuni.

  •  Mi corregga se sbaglio, ma a me sembra che  i giornali parlino abbastanza dei detenuti e delle carceri in generale, lei cosa ne pensa? C’è abbastanza informazione da questo punto di vista oppure no?

La mia impressione è che sia cresciuta nel tempo, c’è più attenzione oggi di quanta ce ne fosse in passato, sui giornali, ma non solo. Una volta l’immaginario collettivo era fatto esclusivamente dal carcere americano. Invece ora è fatto anche da storie accadute in questo paese. Quindi questa è una tendenza che secondo me effettivamente c’è. Poi casualmente veniamo da un periodo in cui c’è stata una particolare attenzione al carcere perché, comunque, ci sono state delle notizie enormi che normalmente non ci sono. Parlo delle rivolte del marzo del 2020 e i fatti di Santa Maria Capua Vetere non molto dopo. Quindi c’è stata un’attenzione maggiore, il carcere è stato sulle prime pagine dei giornali con una frequenza che normalmente non succede. Anche perché grazie a Dio quelle cose normalmente non succedono.

  • Però nonostante i giornali ne parlino di più e l’interesse generale sia cresciuto, molti cittadini hanno ancora l’idea che il carcere abbia solo criminali incalliti o malavitosi. In generale la nostra cultura ci porta ad escludere  e ghettizzare a prescindere i carcerati.

Beh, diciamo che immaginario collettivo è forte, i giornali non li legge più nessuno, ci vuole tanto a cambiare. Io cito sempre questa quest’idea collettiva che non si deve fare il bagno dopo mangiato. Oggi ci vogliono 5 click per stabilire se questa cosa è vera o meno. Uno chiede a Google, scarta la prima fonte perché non è affidabile. Poi guarda la seconda, la seconda e la terza dicono la stessa cosa e uno ha una risposta a questa domanda. Eppure la cultura collettiva, cambia molto lentamente. Secondo me è una cosa simile. Cioè da una parte oramai se uno va su YouTube o Google trova interviste, documentari e immagini prese in carcere.

Quest’anno abbiamo avuto una stagione drammatica per i suicidi, che ha tirato un po’ il ballo il tema della salute mentale delle persone detenute. Che anche questa è una cosa, appunto, molto lontana dallo stereotipo del boss mafioso, del lucertolone nella cella. Però piano piano sono messaggi che passano. Diciamo che la cultura cambia lentamente, ma cambia sempre.

  •  A proposito di questo dato dei suicidi, avete pubblicato sul vostro sito una mail che avete ricevuto: «Hanno tolto il disturbo 57 detenuti, 57 persone, tutti principini e onesti italiani, hanno tolto il disturbo …finalmente una buona notizia…porca mad.. dal Friuli che non è Italia». È molto triste da leggere. Secondo lei cos’è che può portare queste persone ad odiare i detenuti a prescindere senza conoscere la loro storia e ciò che li ha portati dove sono?

Guardi il signore in questione di mail ne ha mandate anche altre, secondo me è un po’ squilibrato. Però qualche anno fa io ricordo un parlamentare europeo italiano della  Lega Nord che fece esattamente questa stessa dichiarazione. Quindi diciamo che è un sentire che c’è quello di scaricare la propria rabbia e le proprie frustrazioni su un bersaglio facile, sugli altri. E poche persone sono più “altri” delle persone detenute, persone che hanno questa storia particolare. Che hanno commesso un reato, che vivono in questo mondo lontano da noi, separato da noi e quindi è facile disumanizzare rispetto a ad altri. Questo fatto che hanno commesso reato e quindi in qualche modo sono responsabili della propria della propria disgrazia.

Secondo me resta resta un’idea comunque minoritaria. In un paese che comunque è lo stesso paese grazie al quale poi gran parte delle attività che ci sono in carcere ci sono perché qualcuno le porta da fuori, perché c’è il volontariato perché c’è l’impegno degli enti locali, quindi diciamo che chiaramente il paese non è fatto solo in quel modo lì.

Comunque, al di là di tutto, sono persone affidate alla nostra responsabilità. Perché, comunque, quando sono private della loro libertà e messe in un’istituzione pubblica che qualcuno sta gestendo per nostro conto, per conto di tutti noi. Quindi in qualche misura sono affidati alla nostra responsabilità. A ogni fallimento di questa istituzione è un fallimento collettivo. Insomma è un tema difficile, anche per la politica e per la comunicazione pubblica.

  •  Dal punto di vista della sensibilizzazione, fate un gran lavoro come Associazione. Perché, diciamo, che oltre a riportare i dati, raccontate anche le storie di chi è vittima del carcere.

Certo. Le storie, sono un pezzo importante di quel un racconto, aiutano far capire cosa succede all’interno.

  • E a proposito dei suicidi è un dato  possiamo dire allarmante. Ad agosto si è suicidata una persona ogni due giorni e il numero di suicidi del 2022 fino ad ora ha già superato il numero dei suicidi totali del 2021. Quindi è chiaro che questo sistema non funziona, secondo lei questo tragico dato a cosa è dovuto? Quali sono i principali problemi in generale delle carceri italiane?

Allora diciamo che questo è un dato per certi aspetti normale, nel senso che i suicidi e gli autoferimenti in carcere sono enormemente di più che fuori. Anche ieri e l’altro ieri, insomma, non era solo una novità di agosto. Quindi c’è un dato strutturale molto preoccupante e molto grave che va avanti da anni, l’allarme è finito da un pezzo.

 

Non è facile dire il perché, probabilmente questo è un momento particolare per la salute e per l’equilibrio mentale di tutti noi. Non a caso alla fine il governo tira fuori il bonus psicologo oggi e non 5 anni fa, non in tempi in cui magari il Welfare era anche più forte. Abbiamo vissuto una stagione difficile, la pandemia è tutto quello che ne è conseguito. Alcuni di noi si sentono un po’ peggio di prima altri si sentono uguali a prima. Però forse quando prendi un campione così particolare, come la popolazione detenuta, che appunto già di norma ha livelli di fragilità, di isolamento dal resto della della società, di solitudine, di povertà, di di salute fisica, di salute mentale fuori dalla media. Allora hai un campione estremo, dove gli effetti degli ultimi mesi hanno avuto un impatto maggiore rispetto alla popolazione normale.

  •  Secondo lei c’è un qualcosa che potrebbe anche essere risolto nel breve termine per arginare questi problemi? Oppure ci sono solo delle soluzioni sul lungo periodo?

Quello che noi chiediamo è quantomeno facilitare la comunicazione dei detenuti con i propri familiari, con i propri cari, con i contatti all’esterno.

In un momento difficile della tua vita in cui tutto va storto, perché privare la persona di poter parlare con le persone a cui vuoi bene o che ti vogliono bene. Questo può fare una grande differenza. Dopodiché può anche non farla, tante persone sono sole. Alcuni detenuti vengono da storie tragiche di disgregazione familiare, per cui non ce l’hanno queste persone da chiamare. Chiaramente non è che è la soluzione, però può aiutare.

Per quanto riguarda il lungo  periodo ci sono soluzioni che hanno bisogno di lavoro, perché hanno bisogno di lavoro in carcere, ma hanno bisogno anche di lavoro fuori dal carcere. Il problema principale è che sul sistema penitenziario si scaricano, e si sono sempre scaricati, problemi che non sono problemi del carcere, ma sono problemi della società. Tutte le tossicodipendenze e il disagio psichico che nessuno Intercetta sul territorio, percorsi migratori assurdi in cui appunto le persone non trovano nessuna opportunità, nessuno spazio, nessuna speranza e vengono fagocitate dalle delle organizzazioni criminali. Questi sono tutti i problemi che devi risolvere fuori, se vuoi che non ti arrivino in carcere. È sciocco aspettare che ti arrivino in carcere e pensare che li risolvi là dentro, in questo laboratorio assurdo in cui le persone stanno dentro pur non volendoci stare, dove concentri tutte le difficoltà del mondo, tutte nello stesso posto e sperare che poi gli succeda qualche magia per cui i problemi si risolvono. È un ragionamento disonesto. Chiaro che la pena deve tendere alla rieducazione, lo dice la Costituzione, lo dice la legge, mi sembra giusto. Però sperare che la soluzione dei problemi che stanno fuori sia la rieducazione che si fa dentro, questo mi sembra impossibile.

  • Parlando dei prossimi anni volevo fare una domanda sulle lezioni. Ho visto che l’alleanza Verdi-Sinistra italiana ha all’interno del programma 5 proposte sul carcere prese proprio dall’Associazione Antigone. Cosa può dirci in merito a queste proposte?

Magari non tutti, neanche in Antigone saranno d’accordo, ma la mia impressione è che tutti sappiano cosa bisogna fare per affrontare i problemi del carcere. Lo sappiamo noi e lo ripetiamo da anni, lo sanno le forze politiche di destra e lo sanno le forze politiche di sinistra. Perché i problemi sono abbastanza chiari, sono sempre gli stessi.

Il problema è che di solito sono misure che non sono molto popolari. È più facile dire ai propri elettori : «Saremo intransigenti contro la criminalità, metteremo tutti in galera». Ci sono partiti che hanno scritto nel proprio programma elettorale che aboliranno le misure alternative. Io ho il sospetto che se vincono le elezioni  questi partiti, non aboliranno le misure alternative, ma davanti all’emergenza del sistema penitenziario finiranno per fare le stesse cose che hanno fatto i loro predecessori, ovvero non faranno nulla. Togliere le misure alternative è una follia, vuol dire che si triplica la popolazione detenuta in in un giorno. È come affidare ad una macchina che non funziona e che produce insicurezza il triplo degli utenti che già ha. È una cosa assurda che nessuno realmente asseconda. Quindi il problema è una politica debole, che non riesce a fare cose che possano fargli perdere i voti.

Alcuni partiti invece le scrivono nel loro programma, ma le hanno scritte anche in passato, non è detto che le facciano. Purtroppo la politica vede quali sono le soluzioni, secondo me è abbastanza evidente quali siano. Possiamo dire che tutti sanno quello che c’è da fare, bisogna vedere chi lo farà.

Inoltre, Come dire, anche se c’è appunto questa retorica: «Io sto con le forze dell’ordine, quindi sarò intransigente contro la criminalità». Così facendo, però, diventa un incubo la vita di chi lavora in carcere. Se si pensa di buttare via la chiave e scaricare sul personale della polizia penitenziaria e sugli agenti di polizia una condizione assolutamente ingestibile, non gli si fa certo un bel regalo .

  • Ultima domanda. Noi come singoli cittadini, cosa possiamo fare per aiutare i detenuti e migliorare la loro situazione?

Oggi è un giorno particolare, nel senso che siamo a qualche giorno delle elezioni. È un  grande momento per incidere sulla politica e sulle scelte del paese. Quindi una cosa che uno può fare è votare per quei partiti che sostengono la causa o addirittura che in passato hanno fatto qualcosa. Quindi non solo le parole, ma anche i fatti.

Tolti questi giorni speciali che ci aspettano, in generale io credo che molta della qualità di vita del carcere dipenda da quello che la comunità esterna porta. Perché comunque i servizi sanitari in carcere non li fa il carcere stesso, li fanno le ASL e il territorio. La scuola in carcere la fanno i professori che vengono da fuori. Tante cose, sono sono così in carcere, quindi diciamo l’attenzione che una comunità ha verso  i soggetti più deboli e la loro integrazione.

Rendere il proprio contesto immediato un po’ più accogliente e un po’ più solidale. Questo è quello che ognuno di noi può fare. Perché se ci pensi nel nostro contesto immediato, spesso a pochi chilometri da dove abitiamo, c’è il carcere. Il nostro sindaco è un sindaco che ha la responsabilità anche di quello che succede dentro il carcere della nostra città. Quindi questa secondo me è una cosa alla portata di tutti.

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Edoardo Pedrocchi

 

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