Auto d’epoca, che passione!

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“Guarda che auto d’epoca! Faccio subito una foto!” Chi ha la sventura di frequentare di persona il sottoscritto, si è arreso da quel di alla prassi di interrompere ogni cosa che si faceva, anche la più urgente, per immortalare l’ennesimo ferrovecchio di almeno 30 anni fermo per strada. E come il sottoscritto tanti altri disgraziati hanno la sventura di conoscere malati di mente che venerano le quattro ruote con parecchie primavere alle spalle. Partendo dall’esperienza personale sempre del qui presente scrivente, cerchiamo di capire come si fa a dare sfogo a questa malata mania senza essere rincorsi dallo psichiatra, soprattutto se per caso dovesse leggere questo articolo.

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Alfa Romeo Giulia Nuova Super 1300 (Archivio personale)

Tutto ha un nome e cognome, Alfa Romeo Giulia, la macchina che aveva mio padre ed il mio anno di nascita, 1981, che mi ha consentito di vedere tutti i giorni, da piccolo, autovetture alle quali mi sono così affezionato da rimpiangerle quando hanno iniziato a scomparire dalle strade per naturale esaurimento (più tragici incentivi statali che hanno condannato alla pressa vetture perfette per il solo sfizio di comprarsi un pezzo di plastica moderno, a sua volta divenuto un catorcio da buttare). La più bella di tutte ovviamente era la macchina di papà, l’unica sulla quale viaggiavo (dovreste sentire i racconti di mia madre sulle sceneggiate napoletane che facevo quando cercavano di farmi salire su una qualsiasi vettura di loro amici e conoscenti) e l’unica per cui a tutt’oggi sia lui che io nutriamo vera nostalgia dopo 22 anni dalla rottamazione causa ruggine e nonostante le altre auto avute in famiglia prima e dopo. Da qui la nostalgia per la Giulia si è trasformata in passione patologica per il marchio Alfa Romeo, e quella per le auto che vedevo da piccolo mania generale per le auto d’epoca, ma non le blasonate Ferrari, Porsche e compagnia bella, ma nei confronti delle umili Fiat 127, 128 etc etc etc… Poi la passione è degenerata, ed ho iniziato a girare le vie di Roma a caccia di esemplari ancora circolanti, con lo scopo di creare un archivio fotografico da rivedere tra 20, 30 anni, quando il mondo sarà definitivamente infestato da robot a guida autonoma, e la nostalgia per esse sarà davvero irrefrenabile. Per chi volesse, tanto per fare un pò di pubblicità gratuita, esiste un profilo Instagram  (https://www.instagram.com/vintagecarsitaly/) dove quotidianamente tali foto vengono inserite.

Come il sottoscritto, tanti altri appassionati si sono formati partendo dall’auto di famiglia di tanti anni prima o dalla propria auto da giovane, da ricordi legati ad esse, e con un pò di fortuna e due soldi a disposizione (quelli che questo povero pezzente che scrive non ha), sono riusciti a concretizzare la propria passione acquistando l’auto d’epoca prediletta (magari aggiuggendone una seconda e a volte anche una terza al proprio garage),  trovate in uno stato pari a quello della fabbrica, conservate amorevolmente per tanti anni dal  classico vecchietto di turno che poi, ahilui, ha tirato le cuoia oppure in condizioni poco dissimili dal mucchio di ruggine, minuziosamente restaurate. Un vero appassionato non fa caso a quanti soldi ci rimette, specie se la base di partenza è quella di un modello, per così dire, modesto, e soprattutto nulla gli interessa di quest’ultima cosa.

Peccato però che il mondo degli appassionati di auto d’epoca si sia infestato da coloro che le guardano come una forma d’investimento, specie da quando tedeschi ed olandesi sono venuti nel nostro paese con un portafoglio a fisarmonica ed hanno portato via tutto il portabile, a partire dalle Alfa Romeo, spendendo cifre folli. Ciò ha creato una bolla speculativa che ha drogato i prezzi fino a raggiungere cifre folli: per un’Alfetta berlina in buono stato oramai è impensabile spendere meno di 10.000 euro, quando solo pochi anni fa ne bastavano la metà per esemplari eccellenti. Frequentando in un certo senso il mondo, questi falsi appassionati ne hanno contagiati tanti altri che vedono e comprano auto solo per il loro valore, sperando di rivenderle un giorno a prezzi da svolta, che in Italia difficilmente spenderebbero, ma all’estero si. Con la conseguente perdita di preziose targhe nere originali.

 

 

 

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