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Home Economia e Politica

Autonomia regionale differenziata: facciamo il punto della situazione

di admin
22 Lug 2019
in Economia e Politica
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autonomia regionale differenziata
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Negli ultimi giorni il tema dell’autonomia regionale ricorre nello scontro tra le due forze di governo. Salvini e Di Maio stanno completando un processo iniziato con la riforma costituzionale del 2001 e portato avanti da tutti i governi seguenti.

Le origini del progetto

L’autonomia regionale differenziata è stata introdotta nella Costituzione nel 2001. La riforma del titolo V della carta costituzionale ha inizio nel 1999 con il governo D’Alema. Il 18 marzo quest’ultimo presenta un disegno di legge nel cui incipit dichiara l’intento di trasformare la Repubblica unitaria in senso federale. Inizia così il lungo iter per modificare il testo costituzionale che prevede due letture alla Camera e due al Senato. L’8 marzo del 2001 c’è l’approvazione definitiva e il 7 ottobre dello stesso anno il referendum consultivo. Il 65,9% non va a votare e sul restante 34.1% vince il sì. Nel frattempo la presidenza del Consiglio dei Ministri è passata prima ad Amato, che aveva firmato il progetto insieme a D’Alema, poi a Berlusconi.

Che cos’è l’autonomia regionale?

La riforma del titolo V della Costituzione mira ad una maggiore autonomia regionale. Vengono sostituiti  20 articoli, ma la modifica più importante riguarda l’Art 117 e il 116.

Nel 117 sono elencate le materie di competenza dello Stato e quelle invece di legislazione concorrente, ossia quelle su cui decideranno le Regioni dovendo però rispettare i principi fondamentali posti dallo stato. Tra le materie affidate alla competenza regionale ci sono:  istruzione; ricerca scientifica e tecnologica; tutela della salute; protezione civile; porti e aeroporti civili; valorizzazione dei beni culturali e ambientali.

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Nel 116 viene introdotta l’autonomia regionale differenziata. Inizialmente vengono elencate le regioni a statuto speciale, subito dopo si legge che rispetto alle materie concorrenti elencate nell’Art 117 :

Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata.





Questo significa che se una Regione qualsiasi riesce a raggiungere un’intesa con il governo può ottenere il diritto di gestire autonomamente il settore pubblico.

Gli sviluppi della questione

Il 22 ottobre 2017 in Lombardia e in Veneto si svolgono due referendum. In entrambe le regioni vince il sì all’autonomia ed i governatori preparano le proposte da sottoporre al governo Gentiloni. Anche l’Emilia Romagna si fa avanti e il 28 febbraio 2018, a soli tre giorni dalle elezioni, l’ex governo firma l’intesa.

A giugno le tre Regioni del Nord Italia stringono la presa sugli accordi data la presenza al governo della Lega (Nord). I governatori di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna chiedono che il 90% delle tasse pagate da loro rimanga all’interno del territorio regionale. Ciò significa ovviamente che il denaro che prima veniva distribuito in tutta la penisola si concentrerebbe ora solo nel Nord Italia, diminuendo i finanziamenti alle regioni centrali e meridionali.

Mentre Salvini cerca di presentarlo ai suoi elettori come un invito alla responsabilità per i politici, spinge per completare una secessione che il suo partito si augura da diverso tempo. L‘autonomia fiscale prevede una sanità e una scuola nazionale deboli, mentre porterà allo sviluppo di settori pubblici altamente competitivi e specializzati nel Nord Italia. 

Il contrasto Lega-M5s

Il 4 marzo 2018 il risultato elettorale ha mostrato l’italia spaccata in due: a Nord ha vinto il verde e a Sud il giallo. . Impossibile sarebbe stato far convivere Lega e M5s sul tema dell’autonomia regionale. Ancor di più dopo le elezioni europee, data la schiacciante perdita dei pentastellati. Di Maio, probabilmente nel disperato tentativo di recuperare il consenso del Sud, apre lo scontro con l’alleato a fine maggio puntando sulle falle più eclatanti del progetto. A giugno l’autonomia inizia ad essere al centro di una serie di Consigli dei Ministri. Mentre le due forze si riuniscono più volte, senza riuscire ad elaborare proposte da presentare in Parlamento, i tre governatori attaccano il M5s.

Le fumate nere dell’estate

Il 26 giugno emerge tutta la tensione nel governo. Il Movimento si oppone su sanità, scuola, trasferimenti fiscali e trasporti ma anche sulla procedura. Secondo i pentastellati, che hanno la maggioranza in Parlamento, le Camere dovrebbero avere la possibilità di modificare la proposta. Salvini invece preme per tempi brevi e vorrebbe limitare il ruolo dei parlamentari.

Il 3 luglio il Consiglio dei Ministri si conclude con l’ennesima fumata nera: non c’è un testo sull’autonomia regionale. Lezzi, ministro per il Sud del M5s, però parla di “passi avanti”. Questi riguarderebbero, secondo le fonti di Adnkronos, un fondo di perequazione. Ossia un metodo per raccogliere e ridistribuire eventuali extra gettiti.

L’8 luglio i ministri si riuniscono di nuovo ed entrano nella discussione sulle materie. Il nodo centrale è la scuola.

Regionalizzare l’istruzione significa differenziare gli stipendi dei docenti, concedere alle regioni di scegliere cosa insegnare (dal Veneto addirittura si proponeva di introdurre lo studio del dialetto regionale), creare scuole di serie A e scuole di serie B e smembrare la base della democrazia nazionale.

Secondo Lezzi l’unico a rifiutare l’accordo proposto dal ministro Stefani per gli Affari Regionali sarebbe stato il leghista Bussetti (ministro dell’Istruzione).

Appena prima del vertice dell’11 luglio Di Maio dichiara che il M5s sarà garante per un’autonomia regionale che non divida il paese. All’uscita dal vertice i pentastellati dichiarano che la Lega ha proposto gabbie salariali per i docenti: alzare gli stipendi al Nord e abbassarli al Centro-Sud. Il ministro Stefani risponde che è tutto inventato e che si è parlato solo di ” incentivi alla permanenza e alla continuità formativa”.

Questa volta passa più di una settimana prima del nuovo Consiglio dei Ministri. Il 19 luglio il M5s vince la battaglia sull’istruzione. Salvini non partecipa al vertice e il premier Conte dipinge se stesso come il responsabile della scelta di non regionalizzare l’istruzione.  Subito arrivano gli attacchi dei governatori di Veneto e Lombardia che definiscono i ministri del M5s cialtroni e minacciano di non firmare l’accordo, mandando all’aria il CdM.

L’autonomia regionale non è solo uno dei punti di vista da cui raccontare una crisi di governo.Il suo concretizzarsi avrà un enorme impatto sul settore pubblico nazionale e sulla vita di tutti gli italiani.

 

 

Marika Moreschi

Tags: autonomiaautonomia differenziataautonomia regioniBarbara LezziConsiglio dei MinistriCostituzione italianaCrisi di governoemilia romagnaErika StefaniGiuseppe Contegoverno conteItaliaLegaLombardiaLuigi Di MaioM5sMarco BussettiMatteo SalviniNordRegionisudveneto
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