Avellino: ricordiamo al sindaco che anche l’ “orchestra” è un assembramento

Il sindaco Festa si unisce all'assembramento giovanile e intona canti "delicati"

Immagine da: provenienza redazionale
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Quando il sindaco Gianluca Festa sostiene che «c’è chi i giovani li demonizza senza ottenere risultati», sono d’accordo; è un argomento che richiede un minimo di contestualizzazione, ma comprendo a cosa si riferisca.
Quando il sindaco si giustifica, asserendo:

Per questo ho deciso ieri sera di fare un sopralluogo per assicurarmi che la ripresa della movida avvenisse nel pieno rispetto delle regole

Ecco, qui forse tiriamo in ballo una mezza verità, per di più “orchestrata” male.
In tarda serata, tra centinaia di giovani che affollano il centro di Avellino, il sindaco tenta di far rispettare le restrizioni di distanziamento; non ottiene buoni risultati, per cui opta per la decisione più ovvia: dirigere il coro «noi non siamo salernitani» e unirsi alla goliardia generale della nottata.




Un po’ diversa dalla reazione del sindaco di Milano Giuseppe Sala sugli assembramenti di Navigli, ma non siamo qui a fare paragoni; quel che ha reso noto la pandemia è sicuramente il bigottismo di numerose figure politiche, tra regionalismi e quant’altro.
In poche parole, come si suol dire, nessuno è santo – anzi.

Certamente non ci sono parole per descrivere l’operato di Festa: Avellino è uno dei numerosi centri cittadini che ha impudentemente ignorato le restrizioni.
Quando si parla di “fiducia del proprio Paese”, a volte, mi sorgono spontanee numerose domande; in primis, su chi avrebbe realmente dato dimostrazione di fiducia. In molti effettivamente stanno rispettando le restrizioni, altri sembrano persi nel loro piccolo universo, come se la “questione pandemia” non li tangesse.

E se non è il capo politico a dare il buon esempio, mi chiedo a chi dovremmo aggrapparci; soprattutto considerato che, a quanto mi risulta, l’esempio degli operatori sanitari non ha riscosso il dovuto “successo”. Ma allora chi è il prescelto?

Vorrei metaforicamente tenere per mano il lettore ed accompagnarlo per quello che è plausibilmente il più grosso “bug” antropologico del caso: l’Italia è, in un certo senso, la culla dell’assembramento; la tradizione culturale italiana – come in altri casi planetari – è difficilmente contenibile. Non parlo tanto degli aperitivi o di qualche brindisi sporadico, ma delle manifestazioni e celebrazioni che rendono omaggio a ricorrenze vigenti in ogni regione.

La cultura italiana è la cultura dei festeggiamenti, della liturgia religiosa, degli usi e costumi diversificati da frazione a frazione.
Sicuramente, la questione pandemia, con tanto di quarantena ad aprire le danze, non è un contesto semplice da trattare; da questo presupposto, sembrerebbe poco biasimabile la necessità fisiologica di uscire e scatenarsi per strada. È un po’ come dire: «dai, almeno questo lasciacelo fare».

Eppure, ciò non toglie l’importanza di avere, in suddette circostanze, un’etica ferrea in grado di completare il puzzle retorico di “Paese unito”. Ora più che mai, è importante passare ai fatti, tener conto degli sbagli grossolani e porre su di un piedistallo chi, davvero, ha contribuito al benessere comune. Non tanto per santificare qualcuno, quanto per recuperare la consapevolezza più idonea sulle parti in gioco.

Altrimenti, episodi del genere resteranno sempre e solo il gossip di una settimana o poco più; un modo per sbraitare, puntare il dito, senza promuovere un confronto concreto e funzionale.
Vero Silvia Romano?

Eugenio Bianco

 

 

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