La via dell’Ayahuasca passa per i quattro altari, non dai curanderi

Ayahuasca secondo Alonso Del Rio: considerare terra, acqua, fuoco e aria fuori da gabbie mentali come canali verso la vera libertà.

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Di Maurizio Martucci


Senza intermediari, gli elementi primari come altari di conoscenza trascendono ignoranza e dogma, dove il ricongiungimento armonico con la natura passa per un processo individuale di Consapevolezza spirituale, in cui l’Unicum della sacra medicina della foresta è custodito nella quadripartizione di pratiche e rituali dei popoli nativi. Tacere, sapere, desiderare e osare: sfatato il dualismo egoico, la via dell’Ayahuasca riconsidera terra, acqua, fuoco e aria fuori da gabbie mentali, razionalismi e costruzioni artificiali del globalismo neoliberista che chiude i canali della vera libertà.

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Lo afferma Alonso Del Rio nel libro “I quattro altari, la via all’Ayahuasca” (Macro Edizioni), un invito a cuore aperto scritto per rimodulare l’essenza della vita, facendo delle cerimonie di medicina e della portentosa liana amazzonica (basta ciarlatanerie: la pianta di potere non è uno stupefacente, non è dissociativa, non crea dipendenza e non è illegale) più che l’obiettivo di guarigione un tramite di super coscienza espansa per decodificare il proprio cammino spirituale, smarcandosi dall’ingannevole materialismo dell’illusoria Era contemporanea. “Tra le persone che si avvicinano per imparare, molte pensano, ingenuamente, che siano le piante maestre a risolvere i problemi: nulla di più sbagliato”. Ci prestano solo “la loro luce fintanto che non capiremo dove nasce la nostra”.

Invitando a diffidare dei cosiddetti fast-sciamani, in voga anche in Italia (opportunisti senza adeguata preparazione in cerca d’affari, improvvisati senza scrupoli allineati alle politiche usa e getta stile fast-food), imparando a distinguere tra stregoni e guaritori (nella cultura curanderile, i primi rispondono al male producendone altrettanto, mentre i secondi mettono a repentaglio la propria vita pur di salvare l’ammalato), forte di robuste argomentazioni antisistema Del Rio sostiene come la crescita dell’Essere (quello che in ambito yogico è il Sé, l’atman) muova parallelamente all’auto-realizzazione (che l’Ayahuasca facilita ma non completa) combinata con l’esplorazione dei simboli elementari della sapienza ancestrale (terra come materialità, acqua come energia femminile, fuoco come comprensione dell’ego, aria come gratitudine e amore incondizionato), raffigurazioni espressive di valori e strumenti di comprensione sul significato di ferite, guarigione e libertà: “il problema principale è che viviamo identificandoci con alcune parti della nostra mente. La mente possiede una consapevolezza finita. La consapevolezza possiede una mente infinita”.

Raccontando alcuni passaggi della sua vita personale (è stato uno dei primi non-indigeni ad usarle, da 40 anni studia le piante sacre), Del Rio si richiama ai rimbalzi dei campi frattali chiarendo come nel grande ologramma eterico del registro akashico ogni azione produca un effetto: non è un caso che nella foresta del Perù il 5 Ottobre un incendio abbia distrutto la sua abitazione, l’Ayahuasca Ayullu (un centro di cura vicino Cusco, creato e gestito proprio da l’autore del libro). Come nel mito dell’Araba fenice, una partecipazione spontanea s’è prontamente messa in moto per raccogliere fondi e ricostruirla. Come in basso, così in alto. Lo dicevano gli alchimisti, lo indica ancora oggi la pianta di potere. Aho!

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