Come ci fregano le aziende alimentari: meno prodotto, stesso prezzo

Dal 2012 le aziende alimentari hanno iniziato a produrre beni di quantità inferiore mantenendo però il prezzo invariato. Si tratta di un raggiro dal quale è difficile sottrarsi.

Le categorie di prodotti coinvolte sono molte: dai dolciumi al dentifricio, dal latte ai fazzoletti di carta.

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Continuiamo a sentire parlare di crisi. Da 2008 a oggi il mantra della crisi sembra essere diventato ora l’attenuante ora la scusa per giustificare qualunque comportamento o decisione. Talvolta le contingenze del momento possono anche essere la vera ragione di tali comportamenti, ma il più delle volte capita che la risi diventa solo un mero pretesto per approfittarsene e trarne vantaggio. In questi casi a rimetterci sono sempre i cittadini che molto spesso nemmeno si accorgono di essere stati raggirati.




Se il fenomeno in ambito politico chiede ai cittadini di “fare dei sacrifici” (ricordate le lacrime della Fornero?), in ambito economico lo stesso fenomeno si maschera, camuffandosi da rincaro dei prezzi. E se i presunti sacrifici che la politica richiede ai cittadini possono anche essere giustificati e accettati, i rincari dei prezzi non incontrano quasi mai comprensione da parte dei consumatori.

Oggi, che la crisi pare essere passata, molte aziende continuano a ostentare presunte difficoltà economiche e, per fare fronte al problema, alzano i prezzi dei prodotti. Ma da diverso tempo accade un fenomeno ancora più curioso. Per cercare di risparmiare sui costi di produzione le aziende vendono prodotti di quantità inferiore mantenendo il prezzo invariato. In pratica, il prodotto che compriamo è più piccolo (in dimensioni o quantità) ma il suo prezzo è rimasto tale e quale a quando veniva venduto in quantità maggiore.

Tutta colpa della shrinkflation

In realtà questa discutibile abitudine delle aziende non è una novità. È dal 2012 che le aziende attuano questo giochino perverso, molto spesso senza nemmeno informare il consumatore. Tale fenomeno ha anche un nome, ovviamente in inglese: shrinkflation, ovvero l’unione di shrinkage (contrazione) e inflation (inflazione). Come detto, il consumatore, spesso inconsapevolmente, si ritrova a pagare più del dovuto dei prodotti che si sono letteralmente rimpiccioliti.

Il fenomeno riguarda prevalentemente i prodotti alimentari, ma coinvolge anche altre tipologie merceologiche. A scoprire il raggiro potrebbero esserne capaci coloro dotati di buona memoria fotografica. Sarebbe sufficiente tornare indietro nel tempo per ricordarsi la grandezza delle confezioni di prodotti come patatine, bibite o merendine; successivamente, effettuare un confronto con le attuali confezioni dei medesimi prodotti e il gioco è fatto.




Se invece risulta difficile rimembrare le fattezze del packaging di diversi anni fa, a rinfrescarci la memoria ci pensano i vari istituti di statistica. Dato che la shrinkflation ha origini britanniche, citeremo proprio uno studio inglese per primo. Secondo l’ONS (Office for National Statistics) negli ultimi sei anni si sono verificati 2.500 casi di rimpicciolimento di confezioni, ridimensionate in peso e quantità.

Venendo all’Italia, l’Istat ha fotografato una situazione analoga. Secondo l’istituto di statistica, dal 2012 al 2017 sono stati 7.306 i casi di shrinkflation che hanno interessato 10 classi di prodotti. Stiamo ovviamente parlando dei prodotti di largo consumo più appetibili: dolciumi, cioccolato, zuccheri e miele fra tutti; ma anche latte, cereali, bibite, pane, succhi di frutta e prodotti per l’igiene personale.

Meno prodotto, stesso prezzo

Da notare il drastico diradamento degli spicchi del Tomblerone.

Tradotto in soldoni, quali sono i prodotti che hanno subito un ridimensionamento pur mantenendo lo stesso prezzo? Un esempio fra tutti ci arriva dal mitico Toblerone, la celebre barra di cioccolato. Forse nessuno ha mai contato i suoi spicchi, ma un tempo erano 10 mentre oggi sono diventati 9. Il prezzo, al contrario, non è stato minimamente ritoccato. Le M&M’s sono state decurtate dai sacchetti dalla Mars, mentre Kellogg’s ha diminuito il contenuto delle scatole di Choco Pops.

Altri esempi ci arrivano dal mercato delle bibite in lattina: dai canonici 33 ml si è passati agli attuali 25 ml. Il prezzo, lo ricordiamo, è rimasto invariato. Lo stesso vale per prodotti non alimentari: i pacchetti di fazzoletti di carta sono passati da 10 a 9 pezzi, oppure i tubetti di dentifricio hanno subito un calo di quantità da 100 ml a 75 ml. Lo stesso dicasi per la carta igienica che conta meno strappi, passando così da 250 a 230. Il prezzo però non è stato strappato affatto. Idem per le confezioni di riso passate da 1 kg a 850 gr.

Meno prodotto, meno qualità

Talvolta capita che le aziende produttrici, oltre a lesinare sulla quantità di prodotto per risparmiare sui costi di produzione, ne riducano anche la qualità. In pratica, la shrinkflation oltre a comportare una riduzione della quantità di prodotto ne compromette anche la qualità. A denunciare questo comportamento è un’associazione tedesca, la Verbraucherzentrale, che ha monitorato lo stato di salute di alcuni prodotti alimentari negli ultimi 9 anni. Il responso è un sostanziale impoverimento delle ricette, con conseguente calo della qualità.




L’associazione ha evidenziato come la multinazionale americana Mondelez abbia ridotto la quantità di nocciole nel suo Milka Nussini dal 14% al 9,5%, mentre la “crema di nocciola” è stata sostituita da una crema “alla nocciola”. L’azienda Dr. Oetker (che opera in Italia con il marchio Cameo) è vero che ha aumentato la frutta zuccherata delle sue barrette Vitalis Fruit Muesli, ma ne ha anche ridotto la quantità di cereali facendola passare dal 52% al 47,5%. La Unilever ha invece optato per una sostituzione radicale: l’olio della margarina a marchio Rama è stato sostituito con della semplice acqua.L’apporto di omega-3 dato dall’olio è calato al 36% dal 46% iniziale. Alpro ha invece tagliato di un quarto la quantità di mandorle della sua bevanda Provamel, il cui contenuto è sceso dal 6,5% al 5%. Lo stesso ha fatto Kellogg’s con le nocciole dei suoi Tresor Choco Nut: dal 4,5% si è passati a un misero 2%.

Nicolò Canazza

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