Baby Talk, una “lingua franca” che fonda le sue regole sulle abitudini del bambino

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Il cosiddetto “Baby talk” apre a una dimensione molto affascinante del linguaggio. Da un lato, abbiamo un adulto che sa usare le parole, sa combinarle, sa analizzarle, grazie ad esse può fingere, distruggere, costruire, inventare ecc. Dall’altro, abbiamo un bambino che, pur ascoltando continuamente parole che significano qualcosa, altro non può, se non emettere qualche verso privo di significato. Eppure bambino e adulto devono convivere, entrambi sono sapiens, ovvero, animali sociali (direbbe forse Aristotele) che non possono sopravvivere senza appartenere ad una comunità linguistica (al contadino serve l’architetto per potersi costruire una casa e all’architetto serve il contadino se vuole mangiare). Del resto, alcune forme ed espressioni del Baby Talk non soltanto sono ormai parte essenziale del linguaggio usato dagli adulti, ma sono utili a rintracciare parentele, similitudini e “caratteri universali” tra le lingue di tutto il mondo. Cercheremo di esplorare questa dimensione della linguistica seguendo l’impostazione di Roman Jakobson

Il Baby Talk parlato fra genitori e figli

Questa dinamica linguistica tra adulto e bambino possiamo vederla più da vicino se pensiamo al rapporto genitori figli. Il pianto del neonato, ad esempio, pur essendo privo di significato linguistico, assume un valore significativo enorme nel genitore che prova a distinguere se il suo bimbo piange perché ha fame, perché ha sonno o se è bagnato di pipì/ò. Nel Baby Talk sembra emergere una “lingua franca” le cui le regole verbali poggiano su abitudini fonatorie e non su convenzioni grammaticali. Scrive Roman Jakobson (Mosca 10 Ottobre 1896 – Boston 12 Luglio 1982)uno dei più autorevoli linguisti del secolo scorso:

Il cosiddetto Baby Talk usato dai grandi per parlare coi bambini è una sorta di lingua franca, una tipica lingua mista in cui i destinanti cercano di conformarsi alle abitudini verbali dei loro destinatari e di stabilire un codice comune adatto a entrambi gli interlocutori in un dialogo adulto bambino (Jakobson)

Nursery form e  linguaggio infantile nel mondo degli adulti

I coni lessicali (convenzionalizzati, socializzati), grazie ai quali adulto e bambino possono comunicare, non hanno solo la funzione di adattarsi all’articolazione del bambino, al suo modello fonematico, ma sono anche strumenti per l’affinamento delle sue capacità espressive.




Si parte dalla composizione abituale delle prime parole e queste composizioni man mano impongono al bambino di delimitare sempre di più, essere  meno vago e più preciso nelle espressioni. Esempi di Baby Talk, noti sotto il nome di “nursery forms“, li ritroviamo anche nel linguaggio parlato nella società degli adulti. Espressioni impregnate di questa “lingua franca” diventano parole fondamentali nelle lingue di più società in tutto il mondo. Gli stessi termini “mamma” e “papà” sono state costruite sulla base di forme infantili in  indoeruropeo:

In indoeuropeo le designazioni parentali intellettualizzate *màter e *patèr furono costruite dalle forme infantili con l’aiuto del suffisso tèr, usato per vari termini indicanti consanguineità.  (Jakobson)

Cosa scopriamo studiando il linguaggio infantile, il Baby Talk, le nursery form?

Le forme “linguistiche” infantili consolidate nel linguaggio degli adulti ci permettono di interpretare e chiarire paralleli tra una lingua e l’altra.  Riprendiamo la gamma fonematica dei termini intimi per i genitori, termini che E. Georgieva caratterizzava come “forme intermedi tra nomi comuni e nomi propri”. La struttura di questi termini, durante l’acquisizione del linguaggio da parte del bambino, nelle lingue di tutto il mondo presenta evidenze salienti. Evidenze che possono spiegare molte affinità tra le varie lingue sparse sul globo. Per trovare queste evidenze “linguistiche”, “espressive”, è stata necessaria l’osservazione sul campo di tanti neonati. Processi semplici e naturali come la suzione nell’allattamento, sono importantissimi per capire  alcune tappe dell’apprendimento linguistico, oltre che alcune forme e alcune funzioni articolatorie.  Come ci spiega ancora Jakobson, nelle attività di suzione emergono alcuni passaggi ben precisi dello sviluppo del linguaggio nel bambino:

Spesso le attività di suzione di un bambino sono accompagnate da un leggero mormorio nasale, la sola fonazione che possa essere prodotta quando le labbra sono premute contro il seno della madre o contro la bottiglia, e la bocca è piena. Più tardi questa reazione fonatoria all’allattamento viene riprodotta come segnale anticipatore alla semplice vista del cibo e infine come manifestazione di un desiderio di mangiare, o più generalmente, come espressione di scontentezza e brama impaziente per il cibo mancante o per la nutrice assente, e di qualsiasi voglia insoddisfatta.

Insomma, come abbiamo visto,  l’atto comunicativo tra neonati e genitori (o più semplicemente, adulti), il Baby Talk, apre alla linguistica un vasto campo di possibilità per rintracciare, nei più giovani della specie, radici antichissime della nostra storia e delle nostre lingue.

Alfonso Gabino

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