Bangladesh: il RAB continua imperterrito a violare i diritti umani

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Ormai da anni diverse associazioni umanitarie presenti sul territorio del Bangladesh denunciano omicidi e misteriose sparizioni a opera del Battaglione ad Azione Rapida.

Il RAB infatti è stato più volte protagonista di vicende che presentano molte zone d’ombra, e che mettono in dubbio il vero obbiettivo di questo corpo paramilitare.

La nascita del RAB

Il Battaglione ad Azione Rapida nasce nel 2004, ed è frutto dell’unione di agenti di polizia e forze militari. L’obbiettivo dichiarato è quello di creare un corpo paramilitare preparato e competente, per contrastare la criminalità e le gang che comandavano le strade del Bangladesh. I corpi di polizia già in essere, infatti, erano scarsamente addestrati e poco preparati a contrastare un fenomeno di portata così grande. L’incompetenza era così radicata che si riteneva impossibile riqualificare l’intero organo poliziesco.

La creazione del RAB fu anche una mossa fortemente propagandistica dell’allora Primo Ministro Khaleda Zia, che si proponeva di riportare l’ordine. Non a caso le divise di questa speciale forza sono fortemente riconoscibili, in modo da donare un senso di sicurezza ai cittadini.

Le prime accuse

Sebbene il popolo avesse accolto con entusiasmo la formazione di tale organo ci furono da subito diversi dubbi sulla condotta degli agenti. Si iniziarono a registrare in breve tempo abusi di potere, sparizioni e uccisioni extragiudiziali.

La situazione degenerò velocemente, e perfino il Ministro della Giustizia Moudud Ahmed intervenne pubblicamente, declassando gli omicidi a morti causate dal “fuoco incrociato”. Questa è infatti la scusante più comune usata dal RAB per giustificare le uccisioni che il Battaglione compie giornalmente. Tra i cittadini il termine crossfire è diventato sinonimo di omicidio.

Il caso Narayanganj Seven Murder

Il 27 aprile 2014 a Narayanganj scompaiono 7 persone, nello specifico un politico e diversi suoi collaboratori. L’intero paese attribuì da subito l’avvenimento al RAB, visto che ormai da 10 anni atti del genere sono all’ordine del giorno.

La svolta avvenne quando, una settimana dopo l’avvenimento, un passante avvistò i corpi dei 7 in un fiume vicino alla città. La vicenda alzò un enorme polverone mediatico intorno al Battaglione ad Azione Rapida, contando persino un testimone oculare.

Le indagini che ne seguirono rivelarono il coinvolgimento del RAB per commissione. Non è infatti strano che i paramilitari accettino di commettere azioni del genere sotto cospicuo pagamento. Questo avvenimento rivestirà particolare importanza, concludendosi con la condanna, per la prima volta, di diversi agenti e funzionari del Battaglione, ben 25 per la precisione, di cui 16 condannati alla pena di morte.

Purtroppo la condanna nel caso Narayanganj Seven Murder è stata del tutto estemporanea, e probabilmente dettata dal grosso peso mediatico che l’avvenimento aveva richiamato a sé. Più spesso gli agenti minacciano di pesanti ripercussioni i parenti delle vittime in caso di denunce. Ciò è successo, per esempio, nel caso di Sumon Ahmed Majumder, un ragazzo trentenne ucciso dalla RAB per aver assistito all’omicidio di un politico di opposizione.

Le torture

Il caleidoscopio di atti illegali che il presunto organo paramilitare compie non sarebbe completo se non affrontassimo il tema delle torture. Quando qualcuno viene preso in custodia dal RAB, infatti, finirà sicuramente per essere torturato, a meno che non si decida di ucciderlo sul momento. L’organizzazione possiede delle vere e proprie celle di tortura, da cui difficilmente si esce vivi.

I metodi di tortura del Battaglione sono dei più classici: ripetute percosse con tubi di ferro, spari alle gambe, elettrodi attaccati a diverse parti sensibili del corpo. Chi è riuscito, fortunatamente, a scampare a tutto ciò è Sheik Abubakkar Sultan Bitan, un uomo d’affari che ha subito i succitati trattamenti dal RAB, salvo poi essere rilasciato.

L’uomo attira le ire dei paramilitari quando cerca di fermare un agente che stava colpendo un signore anziano. La RAB benda Sheik e lo carica su un mezzo, insieme a diversi agenti armati. Venne poi portato in una caserma, in una di quelle famosissime celle di tortura che tanto spaventano i cittadini bangladini, appeso a testa in giù e percosso ripetutamente con una spranga di ferro.

Il fatto curioso che Sheik racconta è che prima di percuoterlo sulla schiena venne fatto sdraiare a terra e ricoperto di sabbia, in modo da non far apparire lividi sulla pelle. Ciò indica una premeditazione minuziosa dell’atto ed una conoscenza inquietante delle tecniche di tortura. A conferma di ciò l’uomo parla della presenza di un medico nel Battaglione, che aveva il compito di rianimarlo ogni volta che perdeva conoscenza. Sheik riscì a sopravvivere a tutto ciò grazie ad un generale del RAB, amico di famiglia, che intervenne prontamente dopo la chiamata della moglie.

Il fatto che la donna, non vedendo rientrare a casa il marito, abbia subito pensato al rapimento da parte degli agenti ci spiega meglio di qualunque dato la diffusione del fenomeno. Sheik per più di un anno dopo l’accaduto non riuscì a camminare, a causa delle diverse ferite infertegli ai piedi.




L’ovvio coinvolgimento del Governo

Naturalmente i ripetuti abusi da parte dal RAB sono stati denunciati più volte nel corso degli anni. Fin dai primi casi si fece un gran parlare di questi continui abusi di potere, che nel tempo hanno creato un clima di costante terrore.

Inutile quindi dire che l’argomento è diventato presto un ottimo spunto per i politici del paese, e una delle principali promesse da campagna elettorale. Nello specifico, quando nel 2009 l’Awami League salì al potere, lo fece promettendo di mettere fine alle ingiustizie.

Come avrete intuito i crimini non sono cessati, ed anzi, si sono registrate crescenti sparizioni di leader politici di opposizione. Se prima venivano uccisi soprattutto criminali, o presunti tali, ora le azioni del RAB sono molto più mirate.

La sensazione in Bangladesh è quindi che gli abusi siano ben lontani dal cessare, in un quadro di terrore che purtroppo accomuna diversi paesi in difficoltà.

Thomas Marzioni

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