Bar e ristoranti in fase 3: il prezzo del ritorno alla normalità

Fin dall’inizio dell’emergenza Covid 19, bar e ristoranti si sono trovati a fronteggiare una situazione difficilissima. Dapprima (una dimenticanza?) pareva che potessero continuare liberamente la loro attività. Ma questo era in aperta contraddizione con l’obbligo di uscire di casa solo per questioni di stretta necessità: quindi chi, anche allora, avrebbe potuto recarsi in bar e ristoranti?

L’inevitabile arresto

bar e ristorantiDall’11 marzo l’Italia della ristorazione è rimasta bloccata. Stiamo parlando di 1,2 milioni di persone, tra titolari e dipendenti.
Per i titolari lo Stato ha previsto:
1. un indennizzo di 600 euro, assolutamente insufficiente a coprire anche le sole spese di affitto e di bollette;
2. la posticipazione del pagamento di tasse, e non l’annullamento, si badi bene: così si ritroveranno a breve a doverle pagare raddoppiate o triplicate.
La misura adottata per i dipendenti, invece, è stata la cassa integrazione all’80%. Ovviamente solo per i dipendenti in regola, e con tempi di attesa piuttosto lunghi: a oggi, questi soldi molti non li hanno ancora visti.
E, inevitabilmente, il sottobosco dei tanti barman e camerieri in nero è rimasto e resterà a bocca asciutta.

Mi do all’asporto

L’asporto è stato il solo servizio con cui una esigua parte di bar e ristoranti è riuscito ad arrabattarsi durante la Fase 1. Ma si è trattato di una misura quasi disperata: chi già lavorava sull’asporto ha visto comunque una diminuzione di richieste, figuriamoci chi andava improvvisandosi a causa dell’emergenza. Mettiamo in conto anche le innumerevoli misure igieniche e burocratiche da rispettare: modalità di preparazione, confezione, consegna dei cibi, nonché la richiesta a monte dei permessi del caso.
Insomma, l’asporto si è configurato come un contentino. Un contentino che rischia di caratterizzare anche la Fase 2, come spiega nel seguente video il titolare dello storico ristorante romano “Sora Lella”.




Dal 18 maggio bar e ristoranti sono stati autorizzati a riaprire. Ma a quale prezzo?

Diciamolo, le regole a cui devono sottostare i locali nella Fase 2 (e ora nella 3) fanno tremare i polsi: distanze tra tavoli, non sempre facili da assicurare al millimetro; obbligo di mascherine e guanti, tranne mentre si mangia e si beve; controllare che i clienti rispettino le regole.
Regole che, peraltro, non sempre risultano cristalline e di facile applicazione, e che spesso vedono i gestori costretti a ingaggiare vere e proprie battaglie con i loro clienti, specie se effettuano le consumazioni fuori dal locale: tovagliolini di carta, bicchieri di plastica, insieme a mascherine e guanti usa e getta finiscono per terra; e tocca poi ai camerieri provvedere a raccogliere e differenziare. Con la rabbia di non vedere né rispetto per loro, né per l’ambiente.
Va da sé che, date le premesse, il rischio di incorrere in sanzioni è alto e, per questa e altre ragioni, secondo Unimpresa, circa il 30% dei locali resteranno chiusi in via definitiva.
Si tratta, ovviamente, di una previsione tutta da verificare; anche se la FIPE ha lanciato segni di allarme, grazie a un questionario inviato a tutti gli esercenti: durante la prima settimana di riapertura, mediamente è stato registrato il 70% in meno di incassi rispetto al periodo precedente il lockdown.

L’assenza di turisti

La chiusura delle frontiere – che stanno riaprendo con molti se e ma – costituisce un grave handicap: uno dei settori economici trainanti dell’Italia è infatti il turismo. Le città d’arte – praticamente tutte nel nostro Paese – vivono soprattutto di questo. E, in particolare, le strutture alberghiere, i bar e i ristoranti, rinomanti in tutto il mondo.
Pare non si possa contare troppo neppure sul turismo interno: secondo la FIPE, solo il 16% degli italiani pensano di concedersi una vacanza quest’estate, mentre negli anni precedenti la percentuale superava il 60%.

Perché gli italiani disertano bar e ristoranti?

bar e ristorantiSenza dubbio il Covid 19 ha arrecato ingenti danni. Molti italiani sono allo stremo, alcuni senza più lavoro, altri che a stento resistono. Inoltre, durante la Fase 1, molti si sono scoperti novelli cuochi o barman. E parecchi hanno imparato, obtorto collo, a economizzare.
Ma soprattutto qualcosa è cambiato nel percepire psicologicamente l’aperitivo o la cena fuori casa. C’è la paura del contagio, ancora possibile, specie in luoghi di aggregazione. E il fatto che si utilizzi ogni sorta di precauzione (mascherine, distanziamento, sanificazione) non basta, anzi, rende meno godibile il momento del caffè al bar, dell’aperitivo o della cena.
Poi magari ci si ritrova a banchettare con i familiari o gli amici in casa o giardini privati. Senza mascherine, senza sanificazioni e distanziamenti… Ma questo, irrazionalmente, fa meno paura.
E intanto si affossa un pilastro dell’economia italiana.

I danni del menefreghismo

Ci sono anche italiani che hanno ripreso a frequentare i locali a cui sono più affezionati.
«Il mio è un bar di medie dimensioni, senza – almeno per ora – uno spazio esterno», spiega il titolare di Rivamancina a Verona. «Dopo due settimane di ripresa dell’attività, riabbiamo più o meno i soliti clienti, che consumano all’incirca come prima, anche se non basta. Mancano i turisti, e questo ci penalizza molto. Ma il vero problema, per noi, è la mancanza di rispetto delle norme da parte dei clienti, non necessariamente giovani: non si può bere fuori dal locale, come da normativa, ma molti sembrano cascare dalle nuvole. Si siedono ai tavoli con la mascherina, poi la levano e non la rimettono più.
Noi facciamo il possibile per far rispettare le regole. Ma non tutti i bar e ristoranti sono altrettanto rigorosi, purtroppo. E, se dovesse riesserci un contagio, bar e ristoranti saranno i primi a chiudere

Claudia Maschio

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