Bela Lugosi è morto. Oppure no?

La copertina del singolo dei Bauhaus "Bela Lugosi's Dead" (1979). Fonte: waste.org
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I miti possono morire? Parrebbe di no. Mutano forma, quando la precedente è troppo logora; ma, prima o poi, rispuntano a ossessionare l’immaginario dei viventi in carne ed ossa. Il vampiro, poi, è non-morto per definizione… L’attore ungherese Bela Lugosi (Lugos, oggi Lugoj, 1882 – Los Angeles, 1956) gli diede un volto indimenticabile, nel Dracula (1931) diretto da Tod Browning. Ancora adesso, il personaggio è più noto con le sue sembianze (capelli impomatati, volto pallido e mefistofelico, mantello nero e maniere aristocratiche) che col ritratto fattone dal padre letterario, Bram Stoker.

dracula bela lugosi mina
Il Dracula di Bela Lugosi (1931). Fonte: mucchioselvaggio.files.wordpress.com

Anche Lugosi è divenuto inseparabile dal suo Dracula. Finanche nella propria (vera) bara fu cinto dal famoso mantello. Un indumento che fu pensato non solo per fare scena, ma anche per coprire le botole attraverso le quali il vampiro scompariva dalla scena. L’escamotage nacque non per il cinema, ma per l’adattamento teatrale Dracula: the Vampire Play, di Hamilton Dean e John Balderston (1924). Ne parla lo scrittore e archeologo Matthew Beresford (Storia dei vampiri, Bologna 2009, Odoya, pp. 141-142). Fu questo grande successo a persuadere gli Universal Studios a produrre il celebre film.

 

Il matrimonio Lugosi-Dracula fu frutto del caso. Lon Chaney sarebbe stato infatti il candidato favorito per quel ruolo, se non fosse morto nel 1930. Anche il compenso di cui si contentò l’attore ungherese fu decisivo, date le difficoltà economiche degli Studios. Quel colpo di sorte mutò per sempre non solo l’immagine collettiva del vampiro, ma anche quella di Bela Lugosi. Dracula vampirizzò il proprio interprete, sostituendosi a lui? O il contrario? Un’ambiguità forse irrisolvibile, che costituisce il fascino dei fenomeni dell’immaginario.




 

Nel 1979, la band goth-rock post-punk dei Bauhaus dedicò a questa figura un brano divenuto simbolico nella subcultura gothic: Bela Lugosi’s Dead. Con voce tenebrosa e lamentosa, vengono elencati i parafernali del mito: il “bianco su bianco”, le “cappe nere e traslucide” ormai “appese al chiodo”, i pipistrelli che hanno “lasciato la torre campanaria”, le “vittime” ormai dissanguate, il velluto rosso che borda la bara… Alle “spose verginali”, le innocenti fanciulle sempre accompagnate al vampiro, sembra non resti altro che sfilare (appunto) dietro il suo sepolcro.

 

Quel dandy ampolloso e grottesco che era Lugosi-Dracula, del resto, era un mito esausto forse già durante la vita dell’attore. Il vampiro aristocratico e seduttore non era certo una novità, essendo già stato inventato da John William Polidori nel 1819 (nel racconto Il vampiro, appunto). L’industria cinematografia sfornò a ripetizione altri Dracula-in-mantello, ben poco diversi da quello del 1931. Il livello artistico della produzione non ne beneficiò di certo; anche la carriera di Lugosi non fece altro che scadere sempre più nel “Grand-Guignol” fine a se stesso. Quando Francis Ford Coppola volle rileggere il romanzo di Stoker, nel 1992, lo fece rompendo consapevolmente con quello stereotipo.

 

Insomma, quando i Bauhaus cantavano, Dracula sembrava non aver più nulla da dire. Bela Lugosi’s Dead. Cosa se ne dovevano fare le nuove generazioni di un aristocratico impomatato, già improbabile negli anni Trenta, che abitava castelli in rovina? Eppure, la nascente subcultura gothic avrebbe popolato, di lì a poco, l’Europa di “vampiri” viventi. Lo stesso Peter Murphy, cantante dei Bauhaus, eseguiva il pezzo indossando il sempiterno mantello nero.

 

Del 1985, è la parodia Fracchia contro Dracula, tornato popolare con la morte dell’attore protagonista, Paolo Villaggio. Dieci anni dopo, è uscito Dracula morto e contento: un rifacimento papale papale della trama stokeriana, ma in chiave comica. Entrambi, sono film ironici debordanti di castelli, aristocratici imbalsamati dai lunghi denti, procaci bellezze femminili, contratti immobiliari da stipulare e albe che minacciano le ombre della notte. L’accostamento con Fracchia, in particolare, denota il carattere di “macchietta” che la formula Lugosi-Dracula ha raggiunto. Insomma, essa non sembra più citabile se non per far ridere.

 

Eppure, proprio la risata è segno di complicità, comprensione e vicinanza. Si può ridere solo di ciò che si capisce. E Peter Murphy può benissimo recitare la parte del vampiro, davanti a una sala piena di suoi simili (come dimenticare il suo cameo nella scena iniziale di Miriam si sveglia a mezzanotte?). Perché la figura di Lugosi-Dracula è come una parola in codice. Basta evocarlo, per proiettare un mondo sepolto e vivo nell’inconscio collettivo. Un mondo dove l’umano si fonde con la bestia, l’eleganza con la deformità, il desiderio col mondo trasgressivo delle ombre – tutto ciò che potremmo diventare, se dessimo spazio alle nostre brame.

 

“Bela Lugosi’s dead.

Undead Undead Undead.

 

Oh Bela, Bela’s Undead.”

Erica Gazzoldi

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