I beni culturali non sono per tutti, ovvero: quando l’archeologia diventa un hobby per pochi.

A quanto pare la concezione dell'archeologia come passatempo per ricchi annoiati ed eruditi continua a sopravvivere nell'approccio generale alla materia.

La proposta del leghista Viviani di concedere autorizzazioni di scavo a proprietari di agriturismo, che avrebbero avuto la possibilità di far scavare gli ospiti nei siti localizzati nella proprietà, ha suscitato una giusta e immediata reazione politica, ma dice molto del pensiero di base su cui si innestano tutti i problemi che affliggono le professioni dei Beni Culturali.

Fonte: commons.wiia.org; immagine di HeritageDaily
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Mentre tutti rimangono incantati dalla nuova scoperta avvenuta negli scavi di Pompei, è stato proposto un emendamento alla manovra che ritenere retrograda per la disciplina archeologica è un eufemismo.

Il leghista Lorenzo Viviani infatti ha proposto di concedere autorizzazioni di tutela, scavo e valorizzazione a proprietari e/o gestori di dimore storiche, agriturismi e aziende vinicole, prevedendo anche la possibilità di coinvolgere gli ospiti in visita negli scavi, per provare l’emozione di essere archeologo per un giorno.

Tale proposta nelle intenzioni dovrebbe avvicinare pubblico e cittadinanza nella tutela dei beni culturali e accrescere il turismo, affidando la responsabilità di tutela e valorizzazione ai privati che si trovano ad avere questi beni nelle loro proprietà. In pratica, porterebbe l’archeologia indietro di almeno cent’anni, quando era un passatempo per ricchi eruditi entusiasti di storia e antichità.

Sarebbe bene ricordare non solo all’onorevole Viviani, ma all’Italia tutta che l’archeologia, così come tutte le altre discipline inerenti ai Beni Culturali, come l’archivistica, la storia dell’arte, la paleografia e il restauro per citarne solo alcune, si avvale di metodi e procedimenti scientifici che tutti gli addetti ai lavori sono tenuti a seguire e che è una professione a tutti gli effetti, al pari del medico, del matematico e dell’operaio, in quanto si richiedono conoscenze, competenze e formazione adeguate. Per fare l’archeologo è necessario conoscere le metodologie di indagine, saper leggere gli esiti delle analisi di laboratorio dei reperti, interpretare le effimere tracce che durante lo scavo ci si para davanti.




Tutti possono diventare archeologo, bibliotecario, archivista o restauratore, ma non tutti possono improvvisarsi tali, ponendo come base del proprio agire esclusivamente la passione per la storia o il patrimonio culturale: eppure, nella tutela dei beni culturali ormai i volontari sostituiscono i professionisti, con rischi enormi per il patrimonio stesso e danni incalcolabili per coloro che hanno studiato e si sono formati per svolgere quel lavoro con la prospettiva di mantenersi economicamente con lo stesso. Innumerevoli sono i professionisti dei beni culturali costretti a ripiegare su altre mansioni per poter realizzare i propri progetti di vita e a ciò si aggiungono le scarse tutele sindacali con cui gli archeologi sono costretti a lavorare.

Oltre a questo danno, anche la beffa di bandi come il famoso “500 giovani per la cultura”, in cui a fronte di un’attività di volontariato si richiedeva un impegno da professionista a persone senza competenze o di altri bandi altrettanto discutibili, segnalati dall’associazione Mi riconosci? Sono un professionista dei Beni Culturali

Trasformare la tutela dei beni culturali da lavoro a semplice hobby per amanti dell’arte rende inoltre la cultura qualcosa di esclusivo se non classista, perché solo chi è già agiato di partenza avrebbe la possibilità di scavare a tempo pieno senza dover vivere da precario. Il non voler riconoscere la professionalità di queste figure significa indirettamente mantenere le disuguaglianze. Non meno importante, l’emendamento proposto da Viviani precluderebbe la fruizione del patrimonio culturale a tutti coloro che non possono permettersi una visita od un soggiorno in questi siti.

È inoltre importante sottolineare che l’obiettivo della disciplina archeologica è quello di ricostruire tramite le testimonianze materiali la vita quotidiana degli uomini e delle donne delle epoche passate, confrontando le scoperte sul campo con le fonti d’archivio e letterarie, nel tentativo di ottenere un paesaggio storico il più verosimile possibile. Il perseguimento di tale obiettivo è possibile soprattutto grazie alle tecniche scientifiche derivate dalla chimica e dalla fisica applicate ai reperti, senza parlare dell’importanza che tali metodologie hanno nella conservazione dei beni culturali. In questo senso, anche il più vile pezzetto di coccio, se rinvenuto in contesto e debitamente studiato, può rivelare molte più informazioni sui nostri antenati di un bel vaso artisticamente apprezzabile ma recuperato con lo sterro. Negare questo aspetto della disciplina equivale a non dare voce alla quotidianità del passato, essenziale sfondo entro cui leggere le vicende storiche, piccole e grandi: la decontestualizzazione è molto pericolosa, specialmente se applicata alla storia.

D’altro canto non è auspicabile una politica di tutela dei beni culturali chiusa al pubblico, in quanto si negherebbe l’altro obiettivo fondamentale dell’archeologia e delle discipline dei beni culturali, cioè condividere e permettere la fruizione e diffusione del patrimonio culturale a tutti, nella prospettiva di rendere il pubblico consapevole della pluridimensionalità del paesaggio in cui vive e agisce e renderlo conscio di essere il risultato di processi culturali e storici antichissimi e talvolta ancora in corso; è giusto permettere a chi vuole dare un contributo nella conservazione e nella valorizzazione dei beni culturali di rendersi partecipe, ma nel rispetto dei limiti imposti dalle competenze professionali necessarie per lo sviluppo della disciplina, in un sano rapporto di cooperazione tra addetti ai lavori e profani. 

Barbara Milano.

 

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