Bestiario della cosiddetta Realtà

Una sola frase basterà a descrivere l'uomo moderno: egli fornicava e leggeva i giornali. Albert Camus

Marty Feldman e Gene Wilder in una scena di Young Frankenstein
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Bestiario della cosiddetta Realtà

 

Sino a qualche tempo fa ero sicuro che fossimo in un processo di analgesica assuefazione; ero ottimista, ingenuamente ottimista, ma adesso devo ricredermi: la contemporaneità sta riscrivendo completamente non solo le nostre abitudini,  la nostra estetica, la nostra morale e la nostra cultura, in pratica tutto ciò che è “spiritualmente e socialmente vitale”, ma addirittura i nostri sensi, il nostro modo di percepire il mondo.

Un esempio pratico: senza che noi ce ne accorgessimo, un dato di fatto della nostra vita civile si è tramutato in una indebolita quanto lontana aspirazione. Il pensiero e le intenzioni aspirano al democratico, ma i fatti, le contingenze, le paure, ci hanno indotto a credere che per “conservare” i principi democratici è necessario limitarli. Un po’ come il masochismo, le guerre umanitarie, il sesso a distanza, la Fedeli all’Istruzione, Berlusconi da pregiudicato che detta la linea politica al paese. Tutto normale, una merda… ma normale. Per carità, tutti si dicono rammaricati di tale contraddizione, ma non solo ci appare, ci è “naturalmente” necessaria.

Attentati, tensioni internazionali, improvvise migrazioni di massa (che poi tanto e improvvise e di massa non sono), ci inducono a dire: “bella la democrazia … ma, ora come ora, non è possibile “completamente”. Così, piano, piano, a poco a poco, ci siamo ritrovati a scivolare in uno stato d’eccezione perenne che non solo accettiamo, ma che viviamo come “normale”. La contraddizione di fondo neanche la percepiamo più. Ora questa è la realtà!

Un esempio ancora più immediato, un esempio social: basta un nome ammiccante, che ne so … Taisha, Kim, Tamara, un paio si tette sorrette da un’impalcatura, o due piedi stesi su una sdraio come foto del profilo e zaaaaccc!, duecento persone di botto seguono le sue “presunte” vicissitudini ed ha 500 richieste d’amicizia al giorno. Poi non conta se in realtà è un camionista bulgaro che ha deciso di diventare 2.0 perché si è rotto le palle di mettere annunci sulle piastrelle dei cessi degli autogrill, ciò che conta è che si è reso multimediale il famigerato – e sempre attuale – pelo che tira più del carro di buoi.

Quindi adesso ci spieghiamo perché Zuckerberg , dopo la batosta sul furto di dati, ha deciso di creare una sezione facebook per gli incontri on line. Ha capito che non è necessario “rubare dati”. E’ una fatica inutile e oltretutto illegale, in fondo è tutto più semplice: basta sollazzare e render facilmente accessibile l’atavica  – e oramai globalizzata – propensione alla crapula che i dati personali fioccano da soli e con il nostro ingrifato beneplacito.

Signore e Signori, questa è ciò che noi chiamiamo realtà! Quindi stiamo attenti quando redarguiamo qualcuno dicendogli: “guarda in faccia alla realtà!” o “dobbiamo fare i conti con la realtà”, perché in questo periodo di transizione socio-tecnologica non sappiamo neanche più noi cos’è di preciso la realtà.

La nostra attuale realtà è fatta di convinzioni sospettosamente elementari, direi addirittura primitive, basate su percezioni quasi istintive, indotte, amplificate e confezionate dalla virtualità, percezioni crude che troppo semplicisticamente tramutiamo in deduzioni dogmatiche.

Una persona ride in una foto? E’ felice sempre! Non può essere una paresi. Berlusconi era già ricco? Allora non aveva bisogno di delinquere! E invece… .Renzi appare sempre in tv? Allora è intelligente! Stocazzo!  Una coppia si abbraccia? Si ama alla follia! Almeno prima di scoprire che il loro primogenito è in realtà il figlio dell’idraulico e che il maritino ideale foraggia il mercimonio di babysquillo. Ma adesso perché parlare del marito della Mussolini?

Siamo onesti, nessuno valuta l’eventualità che in una perenne e costante esposizione del nostro vissuto tendiamo immancabilmente a fingere prima noi. Esattamente come in una serata di gala ci agghindiamo al meglio, così in ogni nostro gesto social tendiamo ad esprimere ciò che crediamo sia il nostro meglio. Siamo in vetrina e ci comportiamo di conseguenza. Patiniamo foto, usiamo citazioni dotte (se sei un tamarro ti fermi a D’Alessio, ma sono cazzi tuoi!), imbellettiamo a tal punto tutto di noi fino a renderlo irreale.

Anche ciò che è vero, il realmente accaduto, persino ciò che in tempo reale accade, per il solo fatto che sarà visto o ascoltato, verrà “modificato” e noi non sapremo mai come e cosa sarebbe stato se l’avessimo condiviso solo con noi stessi o solo con chi amiamo davvero.

La nostra realtà (perché tale diventa) non si può più scindere dal suo essere inevitabilmente preparata a venire “esposta” al mondo. Nel suo stesso realizzarsi noi già pensiamo a come dovrà esser “resa pubblica”. E questa non è affatto una cosa da poco… perché un tale processo modifica letteralmente qualsiasi visione non solo del nostro vissuto, ma del mondo intero.  Il vitale non muta; non mutano sentimenti, i dolori, le emozioni, ma – quasi istantaneamente – viene letteralmente stravolto e modificato il modo di percepirlo e comunicarlo. Tale tendenza è in grado di modificare il modo di leggere, comprendere e fare la storia. Mica pizza e fichi?

Così i nostri istinti primari e primitivi hanno la meglio sull’elaborazione di un giudizio. Non abbiamo bisogno di dedurre, di elaborare, di farci un’idea nostra e, infine, di compiere una scelta, perché l’esterno globalizzato è ormai parte integrante dei nostri processi di scelta, già il suo percepirlo, sapere che c’è ci modifica. Inutile fare gli alternativi, anche questo è pronto a essere inglobato, l’ipertrofia mediatica ci detta più che mai la linea. I nostri bisogni, le nostre necessità, più che soddisfatte vengono veicolate e appagate in base non solo alle nostre esigenze, ma anche e soprattutto, agli stimoli  che ci vengono da un esterno tutt’altro che prossimo, bensì totale. Un esterno talmente incommensurabile che non può che sopraffarci, ci ingoierebbe anche se lo negassimo, in quanto è la sua inevitabile globalità a essere la cosa più reale al mondo, anche più reale di noi stessi.

Più che connessi, siamo immersi, e stiamo sviluppando nuovi sensi per sopravvivere in questo nuovo ambiente. Non sta a noi decidere se sarà un bene o un male, ma quello che mi incuriosisce di più in realtà è riuscire a comprendere il prezzo di questo stravolgimento ambientale. Per realizzare questi nuovi sensi, quali antichi sensi si atrofizzeranno fino a sparire?

 

 

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