Better Call Saul, il Coronavirus e le vere voci degli Stati del Sud

Better Call Saul, lo spin-off di Breaking Bad, sospende momentaneamente il doppiaggio in italiano causa COVID-19.

Better Call Saul, la serie che si può permettere i ritmi lenti, le storie dilatate in ampi archi, come a irretire la tensione. Nata da una linea narrativa secondaria di Breaking Bad, la serie narra la storia di Jimmy McGill, alias Saul Goodman, l’eccentrico rappresentante legale di Walter White e Jessie Pinkman. Lo stesso titolo richiama lo slogan di Goodman quasi nella veste di venditore porta a porta piuttosto che in quella di avvocato.




Ormai giunta alla quinta stagione la serie conta tra i suoi interpreti oltre Bob Odenkirk, appunto, l’istrionico Saul, anche altri attori diventati celebri con Breaking Bad quali Jonathan Banks nei panni del sicario Mike e Giancarlo Esposito in quelli del glaciale  mercante di narcotici Gustavo Fring. Le vicende che connettono le storie dei tre non si limitano ad assumere i contorni del prequel, anzi, spostano l’attenzione del telespettatore su un piano narrativo autonomo.

Questo è forse il maggior punto di forza di Better Call Saul, che non ha timori reverenziali nei confronti del colosso seriale da cui deriva. Lo stesso svolgimento del racconto indica subito un carattere distintivo, la lentezza. Insomma, il primo approccio non è dei più semplici, soprattutto se ci si aspetta una serie fanservice delle avventure di White e Pinkman. Questa volta Vince Gilligan e soci scelgono di dedicarsi integralmente alla struttura psicologica. In questo caso il termine “integrale” non viene usato solo metaforicamente, ma ha un senso pratico. C’è in Better Call Saul un integralismo nella ricerca del profondo.

I personaggi, tutti, sono sottoposti a uno scandaglio emotivo quasi esasperato. Ogni scelta in Better Call Saul prevede un contrasto interiore, intimo, tra ciò che è (o sembra) giusto e ciò che conviene. In una serie incentrata sulle dinamiche dell’apparato giuridico americano queste realtà si snodano in silenzi attoniti e veglie notturne cui fanno da contraltare spudorate battute da cow boy. Si percepisce, quasi insostenibile, la prassi della compostezza nei modi e della morigerata osservanza dei costumi. Forse una delle eredità lasciate dalla vecchia atavica morale americana del sud.

Sotto le vesti sprezzanti e gli sgargianti completi doppiopetto si mostra la più turbata psiche degli Stati Uniti. Generazioni di uomini e donne che non hanno ancora risolto il dilemma riguardante il loro posto nella storia. Così, si potrebbe interpretare una delle serie di maggior successo su Netflix. Alla luce del mancato doppiaggio in italiano, causa COVID-19, è probabilmente diventato più centrale e accessibile il nocciolo drammatico e identitario che la traduzione subissa inavvertitamente in nome dello storytelling contemporaneo.

La lingua di Better Call Saul è, infatti, uno dei centri nevralgici della serie. I toni, le pause, le costruzioni retoriche, riecheggiano il rapporto con un paesaggio che è ancora scisso tra la vita contadina e l’avvento delle multinazionali in sostituzione del grande latifondo. Ci sono ricchi industriali mascherati da pionieri dell’età dell’oro. Ci sono self-made men che difendono i propri monopoli come antichi monarchi unti dal Signore. Poi minoranze etniche confinate nei parcheggi sotterranei o nei ristoranti di burritos e nachos. Anche la dialettica culturale e la sovrapposizione di idiomi rientrano nel quadro di una terra non più vergine ma ancora incapace di riconoscersi.

Gli intricati cavilli giudiziari e le rocambolesche trovate pubblicitarie di Jimmy McGill costituiscono quasi un pretesto, una dovuta trama ai fini seriali, che offre l’occasione per l’affresco di un epoca a cavallo tra il recente passato e il presente odierno. Un mondo colmo di uomini di mezza età che sognano con gli occhi di dodicenni figli del progresso, in bilico costante tra il ruolo di vittime e quello di carnefici.

Paolo Onnis

 

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