Mercoledì mattina, poco dopo le 9 locali (le 15 in Italia), un nuovo blackout a Cuba ha colpito la popolazione lòcale. È la quinta volta in meno di due anni che l’intera isola, abitata da circa 11 milioni di persone, affronta un blackout totale. Il ministero dell’Energia ha parlato di un “collasso della rete elettrica nazionale”, innescato dal guasto alla centrale termoelettrica Antonio Guiteras, la più grande del Paese, situata a circa 90 chilometri a est de L’Avana.
L’epicentro del blackout a Cuba: la centrale Antonio Guiteras
La struttura di Matanzas è considerata il cuore della produzione energetica cubana, ma da anni soffre di continui guasti. Già in passato aveva provocato lunghi blackout a Cuba, come quello di ottobre 2024 che, prolungatosi fino a novembre, aveva lasciato intere regioni senza corrente per giorni. L’obsolescenza degli impianti, unita alla mancanza di investimenti per manutenzione e modernizzazione, ha reso la centrale un simbolo della fragilità del sistema energetico nazionale.
Le cifre rendono chiaro il quadro: sei delle venti centrali termoelettriche dell’isola sono attualmente fuori uso, mentre 36 unità di generazione distribuita sono ferme per mancanza di carburante. In città come Santiago de Cuba e Holguín i blackout durano oltre 20 ore al giorno, mentre nella capitale la popolazione convive con interruzioni fino a 10 ore quotidiane. Gli ospedali sono costretti a ricorrere a generatori di emergenza e le famiglie lottano per conservare cibo e acqua potabile.
Dall’embargo alle cattive gestioni
Secondo il governo di Miguel Díaz-Canel, il principale responsabile del blackout a Cuba sarebbe l’embargo statunitense, in vigore dal 1962 e aggravato dalle sanzioni degli ultimi anni. Washington ha limitato ulteriormente l’accesso di Cuba ai mercati internazionali, ostacolando l’acquisto di carburante e ricambi. Ma per molti analisti il vero nodo sta nella gestione centralizzata dell’economia e nella mancanza di riforme strutturali: centrali vecchie di 30 anni non sono mai state sostituite e la scarsa trasparenza dei conti pubblici ha reso impossibile attrarre capitali esteri.
La frustrazione della popolazione è cresciuta con l’aggravarsi dei blackout a Cuba. A Perico, nella provincia di Matanzas, i residenti hanno vissuto 27 ore consecutive senza elettricità, con seri problemi di approvvigionamento idrico. In altri quartieri, come Las Canteras, si parla addirittura di otto giorni di buio ininterrotto. Alcuni cittadini hanno espresso il proprio dissenso imbrattando con vernice nera cartelloni raffiguranti il presidente Díaz-Canel: gesti apparentemente minori, ma che segnalano un malcontento diffuso. La polizia politica ha però aperto indagini per identificare i responsabili, alimentando un clima di paura.
I ricordi delle proteste del 2021
Questi atti di dissenso richiamano le grandi manifestazioni del luglio 2021, quando migliaia di cubani scesero in strada contro il governo per chiedere libertà e migliori condizioni di vita. Oggi, la ripetizione quasi quotidiana dei blackout rischia di riaccendere quella stessa miccia sociale. Per molti osservatori, i cartelloni imbrattati sono soltanto l’inizio di un nuovo ciclo di proteste più ampie.
Turismo in caduta libera
Il settore turistico, fondamentale per garantire valuta pregiata al Paese, è uno dei più colpiti dalla crisi energetica. Nel primo semestre del 2025 il tasso di occupazione alberghiera è sceso al 21,5%, quasi sette punti in meno rispetto all’anno precedente. I visitatori internazionali si sono fermati a meno di un milione, il 25% in meno rispetto al 2024. Anche gli hotel dotati di generatori soffrono i disagi: servizi intermittenti, connessioni internet precarie e un clima di sfiducia che dissuade i turisti dal tornare.
I blackout a Cuba non sono solo un problema sociale, ma un freno pesante per l’intera economia. Nel 2024 il PIL cubano è sceso dell’1,1%, accumulando un calo complessivo dell’11% in cinque anni. La Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL) prevede ulteriori difficoltà per il 2025. Secondo stime indipendenti, servirebbero tra 8 e 10 miliardi di dollari per rilanciare il sistema elettrico, una cifra che il governo non è in grado di reperire.
Il presidente ammette le difficoltà
Díaz-Canel ha riconosciuto pubblicamente che i blackout a Cuba sono diventati “il principale ostacolo” per lo sviluppo economico del Paese, ormai quasi paralizzato. Ma le sue parole non sembrano rassicurare una popolazione che vive tra inflazione galoppante, scarsità di beni essenziali e una crescente sensazione di abbandono. Il tempo gioca contro il governo, mentre il malcontento rischia di trasformarsi in una nuova ondata di contestazioni.
Le strade senza luce, i frigoriferi spenti, le scuole chiuse e le famiglie al buio sono oggi l’immagine più eloquente della crisi cubana. La mancanza di elettricità non è solo una questione tecnica: rappresenta il simbolo di un sistema economico esausto e incapace di rinnovarsi. Senza interventi urgenti e coraggiosi, Cuba rischia di sprofondare in un blackout non solo energetico, ma anche sociale e politico.















