Blasone e merito: dicotomia che divide il mondo dello sport

Le parole del presidente della Juventus, Andrea Agnelli, sulla storia sportiva dell'Atalanta anno messo al centro una dicotomia rimasta sempre nella penombra, quella tra blasone e merito

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È giusto scegliere tra blasone e merito nello sport? È questo il dilemma svelato dalle parole di Andrea Agnelli durante un summit internazionale.

La crescita esponenziale dei business che ruotano attorno ai principali sport professionisti non è certo un segreto per pochi. Se da una parte il mondo dei diritti televisivi ha raggiunto livelli di costo impensabili trent’anni fa, allo stesso modo federazioni e società cercano da anni di applicare il più possibile una dinamica di gestione aziendale tipica delle grandi corporations mondiali. Tanto il mondo del calcio quanto altri ambienti hanno accelerato il cambiamento nel modo di amministrare il proprio sport in un’ottica di massimizzazione di profitto.

Agnelli e il bilanciamento tra blasone e merito

Nel corso del Business of football summit organizzato a Londra dal Financial Times, è intervenuto il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, dando la sua opinione su futuri format e modelli per le competizioni sportive. Sull’accesso alla massima competizione calcistica continentale per club, Agnelli ha presentato alcuni dubbi sull’accesso di club medio-piccoli e sull’inclusione di un maggior numero di club. «Ho grande rispetto per quello che sta facendo l’Atalanta, ma senza storia internazionale e con una grande prestazione sportiva ha avuto accesso diretto alla massima competizione europea per club. È giusto o no?»

Un ragionamento propedeutico alla creazione di competizioni elitarie per i soli club più grandi? Agnelli non si espone nettamente a favore di una proposta in tal senso. Puntualizza però la necessità di un bilanciamento tra contributo storico al calcio e rendimento. «Penso alla Roma, che ha contribuito negli ultimi anni a mantenere il ranking dell’Italia, ha avuto una brutta stagione ed è fuori, con quello che ne consegue a livello economico. Bisogna anche proteggere gli investimenti e i costi».

Il Basket tra le due sponde dell’Atlantico

Appare naturale il confronto con il modello impostato da diversi anni al mondo del basket europeo. L’EuroLega, corrispondente della Champions League, ha implementato una struttura a “maglie strette”, consentendo l’accesso a sole 16 squadre, con un rigido sistema di parametri da rispettare. 11 team detengono per motivi gestionali ed economici le licenze di tipo A con scadenza quinquennale. A completare il quadro sono squadre che acquisiscono per merito l’accesso alla competizione. Un sistema adattato anche nell’area ex-sovietica, con la VTB League. La scelta dell’EuroLega risponde primariamente alla volontà di avvicinare sempre più il Vecchio Continente alla statunitense NBA, preservando il movimento da scossoni provocati da fallimenti societari (problema che a livello nazionale ha prodotto sconvolgimenti tanto nel calcio quanto nel basket).

Il sistema NBA

Se analizziamo però la stuttura della massima lega statunitense, si notano alcune peculiarità che rendono unico il modello a 30 squadre. Il termine “franchigia” indica, nel lessico NBA, il particolare rapporto tra dirigenze e lega centrale. Nel corso degli anni il management della lega ha saputo trovare un compromesso importante tra tetto salariale, risultati ed accesso alla lotteria dei nuovi talenti organizzata dopo la chiusura della stagione. Un complicato sistema di incastri all’interno di un quadro multimilionario. Da esso però di scaturisce una valorizzazione del talento di giocatori e società, oltre a consentire un ricambio al vertice. In un certo senso, il sistema NBA può vantarsi di aver trovato un’amalgama tra blasone e merito. Dopo anni di magra i Los Angeles Lakers sono infine tornati a giocarsi una chance titolata accanto alla cugina cittadina. Per decenni nella metropoli californiana i colori dei Clippers hanno rappresentato la parte meno vincente della città. Fama abbandonata da qualche anno grazie ad alcune scelte manageriali.

Il futuro dello sport

Osservando i trend che da anni governano gli organismi sportivi appare quasi scontato pensare che la retorica del buon management, lontano dalle vecchie dinamiche del patron d’impresa disposto a investire in un progetto parallelo, possa attuare riforme che limitino in vari modi il merito e il valore sportivo di una buona stagione. Pochi sarebbero i dubbi, allo stesso modo, che ad essere parzialmente svilita sarebbe la dialettica del riscatto sociale e sportivo del più piccolo verso il gigante, modello che da decenni è stato usato quasi a mo’ di propaganda per l’affermazione di un modello realizzativo personale in una società mondiale che pur sostenendo la propria matrice meritocratica tra blasone e merito si trova presidiata da chi a denti stretti sostiene il primo per istinto di conservazione della propria condizione di privilegio.

 

Fabio Cantoni

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