Il movimento Blocchiamo tutto in Francia– nato sui social e rapidamente diffusosi nelle piazze francesi – ha riportato il Paese in un clima di alta tensione. Le sue mobilitazioni, caratterizzate da blocchi, barricate e appelli a paralizzare le principali infrastrutture, hanno trovato terreno fertile in un momento di fragilità politica. A Parigi e in numerose città di provincia la protesta si è trasformata in scontri con la polizia, incendi e centinaia di arresti, riportando alla memoria le grandi ondate di contestazione che già negli anni passati avevano messo in difficoltà i governi francesi.
Il nuovo primo ministro francese, Sébastien Lecornu, ha vissuto un primo giorno a Palazzo Matignon ben lontano da un clima di fiducia. Appena nominato da Emmanuel Macron dopo le dimissioni di François Bayrou, Lecornu ha promesso una “rottura profonda” con il passato, dichiarando che non esistono “percorsi impossibili” per uscire dalla crisi politica. Nel suo discorso ha invitato i francesi all’ottimismo, ma la strada appare subito in salita: la sinistra radicale ha annunciato una mozione di sfiducia, e le piazze del Paese sono state travolte da manifestazioni di massa, molte delle quali sfociate in violenti scontri.
Blocchi e scontri in tutto il Paese
Il movimento “Bloquons tout” – “Blocchiamo tutto” – nato sui social e rapidamente trasformatosi in un fronte variegato di opposizione al governo, ha paralizzato per ore la Francia. Secondo il ministero dell’Interno, sono state registrate 262 operazioni di blocco in tutto il territorio, con circa 300 arresti. A Parigi, i manifestanti hanno eretto barricate improvvisate con cassonetti, bloccato licei e strade, ostacolato il traffico e affrontato la polizia a colpi di oggetti e rifiuti.
Le tensioni non hanno risparmiato le altre città: a Nantes la polizia ha fatto uso di lacrimogeni, a Lione sono stati incendiati cassonetti e occupate vie principali, mentre a Marsiglia oltre 200 persone sono state fermate nel tentativo di bloccare una delle arterie cruciali della città.
L’incendio al centro di Parigi e l’ombra dell’errore
Un episodio particolarmente grave ha scosso la capitale della Francia. Durante gli scontri nella zona di Les Halles, la tenda di un ristorante ha preso fuoco, propagandosi rapidamente al locale e alla facciata del palazzo soprastante. I vigili del fuoco hanno evacuato l’edificio, ma secondo la procuratrice di Parigi, Laure Beccuau, le fiamme potrebbero essere state innescate involontariamente dalle forze dell’ordine durante un intervento di contenimento della folla. Un’ipotesi che ha portato all’apertura di un’inchiesta ufficiale.
Le proteste non hanno solo bloccato strade e stazioni, ma hanno colpito anche il cuore culturale della Francia. Il Musée d’Orsay ha annunciato la chiusura straordinaria, così come alcune sale del Louvre e il più piccolo Museo Delacroix. Anche la Biblioteca Nazionale di Francia ha ridotto gli orari, chiudendo spazi simbolici come la storica Salle Labrouste. Una paralisi culturale che si somma al clima di emergenza nelle strade.
Gare du Nord, assalto respinto
Uno dei momenti più critici della giornata si è registrato alla Gare du Nord di Parigi, nodo ferroviario fondamentale per la capitale e per l’intero Paese. Circa un migliaio di manifestanti ha tentato di entrare nella stazione, scandendo slogan anche in italiano – “Siamo tutti antifascisti” – ma è stato respinto da un imponente schieramento di polizia in assetto antisommossa. Le autorità temevano il rischio di sabotaggi simili a quelli che, durante l’apertura dei Giochi Olimpici di Parigi 2024, avevano paralizzato il sistema ferroviario nazionale.
Per fronteggiare la protesta, il ministro dell’Interno uscente Bruno Retailleau ha mobilitato 80.000 agenti in tutto il Paese, di cui 6.000 soltanto nella capitale. Una scelta definita di “tolleranza zero”, che non ha però impedito episodi di violenza diffusa. Secondo il bilancio ufficiale, tredici agenti sono rimasti leggermente feriti, mentre in tutto il territorio si contano oltre 260 incendi e roghi appiccati nelle strade.
Un Paese spaccato e senza guida stabile
Le manifestazioni del movimento “Blocchiamo tutto” non rappresentano solo la rabbia contro Macron e le sue politiche, ma riflettono anche una profonda crisi istituzionale. In due anni, la Francia ha cambiato cinque primi ministri, e l’assenza di continuità ha alimentato la percezione di un governo incapace di ascoltare le richieste popolari. Lecornu, accolto da Jordan Bardella del Rassemblement National con una tregua prudente – “non lo sfiduceremo subito” – si trova a dover dimostrare da subito la sua capacità di “rottura”.
La miccia della protesta
Il movimento “Blocchiamo tutto” si presenta come un contenitore eterogeneo, capace di unire frange di estrema sinistra e di estrema destra in un unico fronte contro il presidente Macron. I militanti evocano lo spirito dei gilet gialli, rilanciando un “appello generalizzato” che punta a bloccare scuole, trasporti, musei e attività commerciali. La prefettura di Parigi ha ordinato la chiusura del centro commerciale Westfield di Châtelet les Halles, temendo saccheggi organizzati via social network.
La giornata del 10 settembre rimarrà impressa come un banco di prova per il nuovo premier francese e come simbolo della fragilità politica del Paese. Mentre le strade si riempiono di fuoco, lacrimogeni e barricate, Lecornu cerca di presentarsi come l’uomo della “rottura” capace di ricucire un tessuto sociale sempre più lacerato. Ma la sfida appare enorme: da un lato l’insofferenza popolare e la radicalizzazione dei movimenti di protesta, dall’altro l’esigenza di garantire stabilità a un governo logorato dalle crisi continue.















