Bloomberg: un Trump mascherato da democratico

Il miliardario che vuole comprarsi la presidenza USA alla prova del primo dibattito.

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Michael Bloomberg, imprenditore miliardario ed ex sindaco di New York, ha ufficialmente iniziato la sua corsa verso la Casa Bianca. Mercoledì scorso ha partecipato al suo primo dibattito tra i candidati Democratici alle elezioni presidenziali 2020 degli Stati Uniti, tenutosi in Nevada. 

Il magnate sta cercando di aggiudicarsi la nomination con una strategia inedita, l’autofinanziamento.

Con un patrimonio stimato in 60 miliardi di dollari, finora Bloomberg ha speso di tasca propria più di 400 milioni in spot pubblicitari su tv e radio. In pratica la sua campagna non accetta soldi da nessuno, nemmeno dagli elettori. A loro chiede solo il voto con l’obiettivo dichiarato di cacciare Trump dalla Casa Bianca.

TUTTI CONTRO BLOOMBERG

Il dibattito si è aperto con un durissimo attacco a Bloomberg da parte di Elizabeth Warren, che lo ha accolto così:

“Parliamo dell’avversario comune da battere: un miliardario che definisce le donne grassone e lesbiche con la faccia di cavallo. E no, non sto parlando di Donald Trump, sto parlando di Michael Bloomberg.”





Più avanti, la Warren ha ribadito il sessismo di Bloomberg, ricordando le accuse di discriminazione e molestie di varia natura denunciate da donne dipendenti nelle sue aziende. Compresa la Bloomberg LP, la società di servizi finanziari, software e mass media alla quale aveva promesso di rinunciare e mettere in un trust fund in qualità di candidato presidenziale, cosa che non ha fatto. Ha invece ritrattato promettendo di farlo solo se diventerà presidente.

Tutte le donne che hanno denunciato l’ex sindaco per comportamenti inappropriati hanno poi firmato degli accordi di riservatezza in compenso di denaro. Bloomberg non è stato in grado di difendersi in modo efficace e la Warren ha rincarato la dose, sfidandolo apertamente:

“Quante donne ti hanno denunciato? Se fai sul serio diccelo e dai il permesso a quelle donne di svincolarsi dalla riservatezza e presentare la loro versione dei fatti, devi solo dar loro il permesso di parlare, adesso”.

La risposta è stata un imbarazzato e laconico:

“Hanno firmato quegli accordi e non si torna indietro.”

QUESTIONE DI ELEGGIBILITA’

Come sostenuto da Warren, è anche una questione di eleggibilità. I dems difficilmente riconquisteranno la casa Bianca presentando all’elettorato la versione democratica di Donald Trump. Non solo per quanto riguarda le molestie arginate col denaro, ma anche per l’accusa di razzismo. 

Durante il suo triplo mandato a sindaco di NY, Bloomberg ha rinforzato la pratica dello stop and frisk, che permetteva alla polizia di fermare e perquisire chiunque venisse considerato sospetto. Finirono in carcere soprattutto ragazzi afroamericani e di origine latina. Da giorni gira il video in cui Bloomberg stesso difende la validità della pratica aggiungendo che in proporzione sarebbero i bianchi ad esserne vittime.

L’ennesimo attacco è arrivato per il mancato rilascio della sua dichiarazione dei redditi. Tutti i candidati presidenziali hanno l’obbligo di presentare il rendiconto sulle loro tasse. L’unico a rifiutarsi fu Trump nel 2016, che ha così stabilito un precedente di cui si potrebbe approfittare.

TRUMP MODUS OPERANDI

Le somiglianze non si fermano qui. Oltre il modo di gestire le molestie, il razzismo e la mancata dichiarazione dei redditi, si va ad aggiungere alla lista il criticismo sull’Obamacare. La questione sanità è il tema centrale di questa campagna e come ha ricordato Joe Biden, allora vicepresidente, Bloomberg definì la storica riforma di Obama “una disgrazia” e un “enorme spreco di soldi”.

LO SPAURACCHIO ROSSO

L’unico momento di gloria per Bloomberg è arrivato verso la fine del dibattito. Il miliardario non ha perso occasione per dare del comunista a Bernie Sanders, il front runner di queste primarie secondo la media dei sondaggi nazionali. Il senatore del Vermont si è difeso spiegando la differenza tra comunismo e socialismo democratico di stampo scandinavo, ma è uscito perdente dal confronto.

PRESIDENZA IN VENDITA

Quindi sì, si può fare tutto coi soldi, quelli veri. Ci si può persino permettere di saltare le votazioni nei primi stati, comprarsi i meme sui social a botte di 150$ l’uno e accaparrarsi i migliori specialisti sul campo, ipotecando idealmente la vittoria.

Ma la questione rimane: è giusto che, con il minimo sforzo, un miliardario possa comprarsi così spudoratamente la presidenza degli Stati Uniti?

Gloria Cadeddu

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