Cos’è successo tra Bonafede e Di Matteo?

Da qualche mese, è impossibile trovare una notizia che non parli di pandemia, ma per coloro che trovassero ancora affascinante la politica nostrana, nelle ultime ore sta andando in onda un teatrino piuttosto interessante, che con il coronavirus non ha nulla a che vedere: ecco quello che è successo tra il magistrato Di Matteo e ministro Bonafede. 





I protagonisti sono Alfonso Bonafede, Ministro della Giustizia nel Conte I e riciclato pure nel Conte II-La vendetta, e il magistrato Nino Di Matteo, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Palermo dal 2012. Fino all’altro ieri, possiamo dire che il magistrato, sotto scorta da anni per la sua lotta alla mafia, fosse una delle icone preferite del Movimento Cinque Stelle.

Poi cos’è successo?

Nino di Matteo domenica sera era ospite in tv da Massimo Giletti, a Non è l’Arena.  Qui, ha praticamente affondato il Ministro con frasi sferzanti e non certo gratificanti verso uno dei suoi principali sostenitori. Di Matteo ha raccontato a Giletti di una chiamata ricevuta dal ministro Bonafede nel giugno del 2018. La chiamata prometteva al magistrato palermitano il posto di direttore delle carceri o, ancora, quello di direttore generale degli affari penali al ministero. Wow. Peccato che poi, dopo sole 24 ore, il ministro abbia cambiato idea: un nulla di fatto dunque. Succede, nel mondo della politica.




Le presunte pressioni

Il problema è che Di Matteo si è convinto che il ripensamento di Bonafede sia stato motivato da pressioni inconfessate e inconfessabili. Non dalla politica, non dall’economia, ma dalla mafia. Di Matteo ha sostenuto che il Gruppo Operativo Mobile della polizia penitenziaria e il Dipartimento dell’Amministrazione Carceri avessero ricevuto informazioni relative alle reazioni dell’eventuale nomina di Di Matteo. Praticamente, i capimafia avrebbero detto: “Se nominano Di Matteo è la fine”. La frase sarebbe arrivata a due importanti apparati che fanno riferimento al Ministero della Giustizia e, quindi, anche al Ministro stesso. Quest’ultimo, dunque, nelle 24 ore successive alla telefonata avrebbe cambiato idea. I capimafia a cui si fa riferimento sarebbero alcuni stragisti, legati anche a Giuseppe Graviano, boss di Cosa Nostra incriminato per l’omicidio, tra gli altri, di Padre Pino Puglisi, di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino.

La reazione di Bonafede




A questo punto il ministro Bonafede non ci sta. Sdoganata completamente la dichiarazione Facebook come canale preferenziale per il dialogo politico, si sfoga e parla di “ipotesi infamante e assurda“. Bonafede sostiene infatti che l’esternazione dei detenuti in merito a Di Matteo fosse già sulla sua scrivania da qualche giorno. Quindi, se ci fosse stata l’intenzione di piegare il capo a questa o quella pressione, sarebbe stato inutile e imprevidente chiamare Di Matteo. Bonafede aggiunge poi che la conversazione del giugno 2018 sia stata spalmata su più colloqui. Le cose, semplicemente, andarono in modo diverso da quanto prosepettato all’interno delle telefonate.

Le dichiarazioni dell’opposizione

Certo: accusare il Ministro della Giustizia di piegarsi, nelle nomine, al volere di un capomafia non è cosa da poco. Farlo in questo momento è un bell’assist, seppure involontario, per l’opposizione. C’è chi si dà al giacobinismo e alla sommarietà dei processi, come Mariastella Gelmini, capogruppo Forza Italia alla Camera, che dice: “O di Matteo lascia la magistratura o Bonafede lascia il ministero della Giustizia». Sul carro dei Robespierre, non può mancare Giorgia Meloni, insieme alla Lega, che tirano in mezzo la presunta parzialità del Tg1 che non ha parlato della vicenda, a causa di presunte pressioni grilline. Pressioni, pressioni ovunque.

Cautela da parte di Pd e Italia Viva

Leggermente più cauti il Partito Democratico e Italia Viva, che chiedono di riferire in Aula. L’ex Guardasigilli Andrea Orlando ha parlato di una richiesta proprio a tutela dell’attuale ministro: “Sarebbe molto grave se un ministro si dovesse dimettere per i sospetti di un magistrato”, ha affermato lo stesso Orlando. Salta immediatamente sul palco virtuale anche Matteo Renzi, che parla di “scontro tra due giustizialismi” che, potenzialmente, potrebbe diventare “il più grande scandalo della giustizia degli ultimi anni”.  Il premier Conte, da parte sua, ha contattato il Ministro Bonafede e sta tentando di capire, in queste ore, cosa sia successo.

Certo che è strano

Da una parte c’è Di Matteo, un magistrato con una carriera brillante alle spalle, a cui viene offerto un posto, per poi essere silurato. E’ un magistrato ammirato e stimato, che ha fatto della lotta alla mafia una ragione di vita e anche di limitazione della sua libertà, visto che vive sotto scorta. Se ha il sospetto che questa pressione ci sia stata e sia stata accolta, non è suo compito, proprio per il ruolo anche simbolico che riveste, far scoppiare un casino e farlo scoppiare immediatamente? A cosa serve tenersi questa polemica in corpo, per due anni, e poi vuotare il sacco da Giletti? Se è solo un sospetto e il magistrato non ha prove, allora, è proprio il caso di parlarne da Giletti e non in un’aula di tribunale? Eppure è un magistrato ed è un bravo magistrato: gode di un’aura di competenza e onestà difficilmente scalfibili. Al contrario del ministro Bonafede, che in un paio d’anni al ministero, ha inanellato gaffe e aneddoti all’insegna del pressapochismo.

Occhio al giustizialismo

E’ facile, dunque, prendere le parti del magistrato Di Matteo, epidermicamente più simpatico. Solo che ora succede una cosa strana nell’universo grillino: coloro che gridavano “onestà” si trovano dall’altra parte della barricata, nei bizzarri moti convettivi della politica, che portano in alto chi era in basso e trascinano giù chi era in alto. Coloro che hanno fatto del sospetto un criterio sufficiente per invocare le dimissioni, ora, si trovano a doversi difendere dal sospetto stesso: come era successo nel caso del mandato zero, invocheranno un “sospetto zero”? Il garantismo vale dunque solo per se stessi? Mentre, se gli altri sono al governo, allora è giusto invocare dimissioni ora e subito, unitamente ai manganelli virtuali del giacobinismo?

Elisa Ghidini

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