Ci risiamo? le bottiglie in plastica danneggiano la fertilità

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Innanzitutto spieghiamo il “ci risiamo” forse saprete, se no ve lo dico io, che una ventina di anni fa si scoprì che un composto organico utilizzato per produrre le bottiglie in plastica (e non solo quelle) danneggiava le uova nelle femmine di topo. La sostanza chiamata bisfenolo A (BPA), conosciuto anche come 2,2-bis (4-idrossifenil) propano, non fu eliminata del tutto, viene infatti tuttora utilizzata anche nella produzione di materie plastiche che stanno a contatto coi cibi, perché gli esperti dell’EFSA (European Food Safety Authority) in diversi pronunciamenti succedutisi dal 2008 ad oggi hanno concluso che non ci sono prove che alle bassissime concentrazioni riscontrate nei cibi ll bisfenolo A sia dannoso, ciò non toglie che i produttori di materie plastiche abbiano tolto il bisfenolo A dal processo di produzione della maggior parte dei tipi di plastica per alimenti, tra queste la celeberrima PET utilizzata per la produzione di bottiglie di plastica.
Ora gli stessi ricercatori (il team diretto da Patricia Hunt alla Washington State University) che scoprirono per caso (l’esposizione delle loro cavie fu accidentale per via di alcuni contenitori in plastica delle loro gabbie che erano danneggiati) gli effetti avversi del bisfenolo A sull’apparato riproduttivo del topi hanno pubblicato su Current biology un nuovo studio che afferma che le sostanze usate per rimpiazzare il BPA avrebbero gli stessi effetti, agendo solo in maniera meno evidente.





Allora ricapitoliamo la situazione sul BPA e sui suoi sostituti:
1) Le autorità sanitarie statunitensi ed europee non hanno sconfessato gli studi che provano la dannosità del BPA (quello citato non è l’unico e gli altri parlano di danni diversi, anche cancerogenicità) semplicemente affermano che i livelli di contaminazione del cibo non espongono l’uomo a dosi pericolose (mentre l’impiego in plastiche ad uso non alimentare non presenta rischi).
2) Il BPA non è utilizzato nella maggior parte delle sostanza plastiche usate per gli imballaggi, su sette tipi cinque ne sono privi: PET, HDPE, LDPE, polipropilene (PP), polistirene (PS).
3) Hunt e il suo team si sono concentrati su queste ultimi e sui sostituti del BPA, in particolare il diffusissimo bisfenolo S (BPS) , hanno riscontrato che provocano le stesse anomalie cromosomiche provocate dal BPA. La Hunt ammette che non è facile stabilire la quantità a cui possono essere esposti accidentalmente gli umani, ma precisa che nei test sui topi lei e il suo team hanno usato dosaggi molto bassi.
4) La Hunt afferma che c’è ancora molto da studiare, ad esempio: in commercio attualmente ci sono dozzine di sostituti del BPA, quindi bisognerà indagare se alcuni sono più sicuri; poi c’è da tenere conto che gli affetti avversi sulla fertilità vengono anche da altre sostanze nell’ambiente, ne avevamo scritto anche noi a proposito dei ftalati.
5) Le leggi attuali per la sicurezza delle sostanze chimiche fanno sì che per le aziende sia possibile e più economico sostituire una sostanza sospettata di essere pericolosa con una molto simile dal punto di vista chimico piuttosto che imbarcarsi in una complicata ricerca per capire il meccanismo per cui la prima sarebbe dannosa.
Dunque il consiglio della Hunt ai consumatori è che un contenitore plastico per alimenti, sia che sia BPA free oppure no, se mostra chiari segni di danneggiamento o invecchiamento non può essere considerato sicuro.

Roberto Todini

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