La Brexit sarà la causa di una nuova epoca di “troubles” in Irlanda?

Il rischio di cancellare le condizioni stipulate nel trattato di pace del 1998 è una concausa della crescita di gruppi estremisti come la New IRA.

Mentre Theresa May si è recata al Parlamento per proporre una via alternativa al percorso della Brexit, cominciano a concretizzarsi le conseguenze dell’uscita dall’UE sulla situazione dell’Irlanda del Nord, che fino a poco tempo fa era lacerata da una vera e propria guerra civile.

Fonte: wikimedia.commons.org, immagine di Miossec.
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Ieri nella città di Derry, sul confine tra Ulster e Repubblica d’Irlanda, sono stati arrestati cinque individui sospettati di essere gli autori dei recenti tentativi di attacchi con autobombe che hanno interessato la città a partire da sabato scorso.

Una di queste bombe, la prima ad essere stata rintracciata, è esplosa davanti al tribunale della città, senza tuttavia causare danni alle persone. Gli altri veicoli sono invece stati fatti detonare in sicurezza, dopo aver fatto evacuare le zone abitate. Quattro degli arrestati, uomini tra i 20 e i 40 anni, sono stati tuttavia rilasciati e solo un uomo di 50 anni è ancora trattenuto dalle forze di polizia.

Non vi sono state rivendicazioni ufficiali, ma è forte il sospetto che dietro queste azioni vi siano terroristi irlandesi di fazione repubblicana; in particolare si parla del coinvolgimento di “New IRA”, gruppo terroristico di recente formazione. Si ripresenta dunque il cupo spettro delle guerre intestine tra lealisti e repubblicani che hanno lacerato l’Irlanda del Nord per più di trent’anni nel secolo scorso, nel periodo noto tra i britannici semplicemente come “troubles”, il cui episodio più cruento è il “Bloody Sunday”, avvenuto proprio a Derry, nel 1972.

La tensione tuttavia sembra essere alta anche tra gli ambienti lealisti, divenuti negli ultimi anni sempre più aggressivi, parimenti alle controparti repubblicane. Nonostante l’Accordo del Venerdì Santo del 1998 abbia messo fine agli scontri feroci e agli attentanti terroristici che hanno caratterizzato la storia irlandese e britannica tra gli anni 60 e 90 del Novecento, alcuni fuoriusciti dell’IRA (Irish Republican Army), non hanno cessato la loro attività di proselitismo, radicalizzazione e organizzazione di attentati; anzi si è registrato un aumento delle tensioni nel corso degli ultimi dieci anni.





Questo crescendo di violenza latente in Irlanda, in particolare nell’Ulster, potrebbe essere tuttavia ricondotta alla Brexit. Infatti, tra le questioni più delicate che Theresa May deve affrontare durante i negoziati con l’Unione Europea vi è quella relativa ai confini tra Repubblica d’Irlanda e Ulster.

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Karen Bradley, Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord. Fonte: commons.wikimedia.org.

Il problema venne risolto nel già citato Accordo del Venerdì Santo, in cui si stabiliva un regime giuridico che permetteva non solo la libera circolazione dei cittadini di entrambe le Irlande, ma anche il diritto al doppio passaporto britannico e irlandese. Se la Brexit dovesse avere luogo nella sua versione più rigida (Hard Brexit), comporterebbe dei gravi problemi sulla frontiera irlandese, perché si andrebbe a creare una concreta separazione tra le due Irlande, finora non percepita in quanto sia Regno Unito che Repubblica d’Irlanda erano entrambi membri della UE e quindi vigevano le norme dell’Unione. Questo, oltre a creare disagi economici non indifferenti, la Brexit potrebbe essere la miccia scatenante uno spiraglio di violenza mai del tutto scomparso nell’Ulster. Il segretario di stato per l’Irlanda del Nord tuttavia nega che la Brexit influisca veramente sull’exploit violento degli ultimi giorni

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Un altro possibile motivo di riaccensione delle tensioni è il centenario della Guerra d’Indipendenza irlandese, che cade proprio quest’anno.

L'”alternativa” di Theresa May

Mentre l’atto terroristico ha ricevuto la condanna della maggior parte dei rappresentanti politici irlandesi e britannici, anche se seguita da aspre polemiche, il primo ministro Theresa May ha presentato al Parlamento “il piano B” per la Brexit, che nella realtà dei fatti prevede poco o nulla di nuovo.

La premier ha infatti affermato pubblicamente che l’opzione del secondo referendum non sarà presa in considerazione e che l’unica strada è raggiungere un accordo con l’Unione: per questo ha deciso di dialogare con le parti politiche sugli emendamenti all’accordo presentato la settimana scorsa, non dopo aver discusso con Bruxelles su eventuali cambiamenti. May è convinta comunque che un esito no deal  sia al di fuori degli scenari possibili:

Quando le persone dicono “escludere il no deal”, le conseguenze di ciò che stanno realmente dicendo sono che se in Parlamento non riusciamo ad approvare un accordo, dovremmo revocare l’articolo 50. […] Credo che questo andrebbe in contrasto con il risultato del referendum, e non penso che sia una linea d’azione che dovremmo tenere o che questa camera [riferito alla Camera dei Comuni dove May ha tenuto il discorso] debba sostenere.

Una cosa tuttavia è già stata cambiata, ed è il trattamento dei cittadini UE residenti in Gran Bretagna: la tassa di 64 sterline prevista dal governo inglese è stata infatti cancellata sotto richiesta del Parlamento europeo per non far pesare l’esito della Brexit ai cittadini dell’Unione. Non è mancato il puntuale attacco di Jeremy Corbyn, che si è rifiutato di partecipare al tavolo di discussione finché May non cambia idea in merito al no deal.

Barbara Milano.

 

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