Brexit: un’altra sconfitta per Theresa May

Conservatori ancora divisi

La premier britannica subisce l’ennesima sconfitta in Parlamento, indice della sua debolezza politica

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Brexit: un’altra sconfitta per Theresa May nella Camera dei Comuni. Con 303 voti contro e 258 a favore, è stata bocciata la strategia del governo, ovvero di tornare a Bruxelles per tentare, ancora una volta, di rinegoziare l’accordo con l’Unione europea.




La mozione non è passata a causa dall’astensione dell’ala più radicale dei conservatori, i cosiddetti “Hard Brexiters“, come Jacob Rees-Mogg e Boris Johnson, che non hanno votato perché secondo loro la mozione non specificava quale fosse l’alternativa a un “No deal – cioè, un’uscita dall’UE senza accordo – opzione che ritengono comunque più valida dell’accordo attuale. In realtà, Theresa May – che non era presente in aula al momento della votazione – non ha mai escluso un No deal, e tuttavia questo per i conservatori più radicali non era sufficiente, ma doveva essere dichiarato esplicitamente nella mozione.

Le conseguenze della bocciatura

In base al sistema legislativo britannico, questo voto non è legalmente vincolante e non ha alcuna conseguenza pratica dato che si tratta di un “neutral motion“, e si limita a “raccogliere le indicazioni di altri voti non vincolanti della settimana scorsa alla Camera dei Comuni“.

Tuttavia, la sconfitta ha un significato simbolico. Infatti, la situazione in cui si trova la May, già non facile, si complica ancora di più perché questo voto – che avrebbe dovuto dare il via libera alla premier per rinegoziare con Bruxelles – dimostra che non c’è una maggioranza solida nel Parlamento britannico, e che i conservatori più radicali sono pronti a scaricare la May in qualsiasi momento.

Il piano alternativo di Jeremy Corbyn

Oltre al No Deal, un’altra questione alla quale non si riesce a trovare una soluzione da mesi è il cosiddetto “backstop“, ovvero, il regime speciale che avrà l’Irlanda del Nord dopo l’uscita dall’UE: in base all’accordo attuale rimarrebbe nel mercato unico, mentre il resto della Gran Bretagna nell’unione doganale. Tale regime dovrebbe durare per i due anni del periodo di transizione che seguirà il 29 marzo, ovvero fino a quando verrà trovata una soluzione che mantenga fluido il confine tra la Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord e quindi eviti il ritorno a un confine “rigido”.

Secondo il Guardian, il leader laburista Jeremy Corbyn incontrerà la prossima settimana a Bruxelles il capo negoziatore Ue sulla Brexit, Michel Barnier e il coordinatore per il Parlamento europeo Guy Verhofstadt, proprio per parlare del nodo nord-irlandese. Sembra che l’asse tra Bruxelles e Corbyn si stia rafforzando e, con essa, il piano alternativo di Corbyn che consiste in una unione doganale permanente tra Regno Unito e Unione europea.

È solo fantapolitica o un vero piano per il futuro?

Intanto il 29 marzo – data di uscita del Regno Unito dall’Unione europea anche senza accordo – si avvicina e gli effetti della Brexit si fanno già sentire. Theresa May si trova nella scomoda situazione di dover mediare e trovare una sintesi tra le posizioni dei suoi colleghi e quella dell’UE in pochissimi giorni.

Domenico Di Maura

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