Trump, Johnson, Bolsonaro e Salvini: i bulli delle destre di tutto il mondo

Goffaggine istituzionale venduta per simpatia, culto della personalità che passa per stravaganza e l'arroganza politica per carisma

bulli delle destre
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Goffaggine istituzionale venduta per simpatia, culto della personalità che passa per stravaganza e l’arroganza politica per carisma: fenomenologia dei bulli delle destre, i surreali personaggi che ultimamente stanno vincendo le elezioni, in tutto il mondo.

“Puoi andare a vivere in Francia, ma non puoi diventare francese. Puoi andare a vivere in Germania o in Turchia o in Giappone, ma non puoi diventare tedesco, turco o giapponese. Ma chiunque, da qualsiasi parte del mondo, può venire a vivere in America e diventare americano. Guidiamo il mondo perché, unica nazione tra tutte, prendiamo forza da ogni paese e da ogni angolo del pianeta. Se dovessimo mai chiudere la porta a nuovi americani, la nostra leadership nel mondo andrebbe perduta.”





Chi ha pronunciato queste parole? Non Obama, non Clinton e nessun altro Democratico. E’ stato Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti negli anni Ottanta. E super Repubblicano: dalla parte quindi di Bush padre e figlio e di Trump, tanto per riportarlo ai giorni nostri. Il discorso è relativo alla spiegazione della Statua della Libertà, il simbolo americano che saluta chi arriva sul suolo statunitense.

Divide et impera

Un Repubblicano di ferro che facesse questi discorsi, oggi, sembrerebbe un marziano. Misurando il mondo con le categorie e le semplificazioni della società di oggi, il conservatorismo e la destra si sono spostati drasticamente sul nazionalismo. La posizione imperante è quella della chiusura, della protezione della propria identità dalla contaminazione culturale con altri popoli. E guardiamo solo alle ascese degli ultimi cinque anni. Donald Trump negli Stati Uniti, Boris Johnson nel Regno Unito, Jair Bolsonaro in Brasile e Matteo Salvini, insieme a Giorgia Meloni, a casa nostra: tutti si battono per chiudere il proprio popolo sotto una campana di vetro, culturalmente impermeabile.




E’ vero anche che esiste una destra più moderata, europeista per quanto riguarda i nostri vicini di casa e più tollerante, ma non è quella che ha successo tra l’elettorato. Oggi la frangia più aggressiva della destra si fa largo con invettive ringhiose, quando non smaccatamente diffamatorie, mentre si bea del pubblico adulante in attesa dei selfie.

Difendersi e negare, negare sempre

Per fare il politico e farlo con successo oggi la moderazione è fortemente sconsigliata. Tutto ciò che è sopra le righe viene normalizzato con i bulli delle destre. Si alza sempre più l’asticella: chi la spara più grossa, del resto, avrà più visibilità sui media. Dire cose moderate non paga. Ciò che invece sbanca la roulette del consenso è caricare il proprio pubblico a pallettoni. Trump, Bolsonaro, Johnson e Salvini pungolano l’elettorato con la necessità di difendersi, perché l’idea di essere minacciati ci dà un pretesto per attaccare. Ci dicono che siamo attaccati dalle élite, dalle istituzioni, dagli stranieri, dalle banche e ci sentiamo vulnerabili. Abbiamo bisogno di qualcuno di forte che ci protegga e chi c’è di più forte dei bulli della politica? Bulli che intimidiscono, silenziano e, soprattutto, non argomentano, si presentano come i difensori di una patria debole e minacciata.

La campagna elettorale costante





Riassumendo: la chiave della strategia comunicativa di questi leader in costante ascesa è l‘altrettanto costante propaganda, unita alla deliberata creazione di divisioni sociali, con i “noi” e i “loro”, con la stigmatizzazione culturale di quelli che non sono i veri italiani, i veri americani, i veri inglesi o i veri patriottici di turno. Bugie su di sé e sui propri avversari, perché al comizio la frase tuona in tutto il suo populismo e il suo pressapochismo politico. A guidare la loro comunicazione non è un’ideologia politica, è l’alimentazione del culto della personalità. La loro. Trump, Johnson, Salvini e Bolsonaro sono politici del mondo della post verità. Negano di aver detto cose che hanno detto ed escludono le prove che dimostrano le loro bugie. Rispondono alle domande difficili e tecniche dei giornalisti con risposte a cose che non erano state chieste, come ha fatto Salvini sul Mes.

Trump, ad esempio, dice 12 bugie al giorno negli eventi istituzionali

Sempre pronti a prendersi meriti non propri, sono abili scaricatori di responsabilità. Sono sfrontati di fronte ai polveroni che li coinvolgono, come ad esempio per il caso dei finanziamenti russi per Salvini.  E perché tanto il fact checking non è una cosa che interessa ai loro tifosi. Giusto qualche tempo fa, il Washington Post riportava in un articolo come Trump, ad esempio, abbia fatto dichiarazioni strumentalmente imprecise o false almeno dodici volte al giorno per ogni giorno da quando è diventato presidente.

L’obiettivo, per i bulli delle destre, è mantenere i propri sostenitori sempre fedeli e arrabbiati, sospettosi, odiatori e fiduciosi solamente nelle parole del loro leader. Va bene anche essere odiati, perché l’odio accende la base e rende i propri cani da guardia ancora più ringhiosi.

Come siamo arrivati fino a qui?

Se si pensa al conservatorismo tradizionale di Margaret Thatcher, non si capisce come in trent’anni si sia arrivati a Boris Johnson. Uno che definiva gli omosessuali “culattoni in canottiera”. Uno che aveva detto, per le elezioni di qualche anno fa, che votare i Tories avrebbe fatto “aumentare le tette di vostra moglie e le vostre chance di possedere una Bmw M3″. O, più recentemente, che Sirte, ex roccaforte di Gheddafi, sarebbe potuta diventare la nuova Dubai, “se solo avessero tolto i cadaveri dalle strade”. Bolsonaro è quello che dà la colpa degli incendi in Amazzonia a Leonardo Di Caprio, oltre a sostenere che le leggi per la tutela ambientale siano un fastidioso legaccio per lo sviluppo economico del Brasile.

Una volta sarebbero rimasti al bar

Paragonati ai leader di trent’anni fa, quelli di oggi sembrano degli avventori assidui di qualche bar di provincia, di quelli che pontificano sulle soluzioni politiche ed economiche, mentre tutti li guardano con uno sguardo tra il divertito e il compassionevole. La Thatcher, Reagan, Gorbachev sono stati leader con una visione, discutibile, certamente, ma senza bisogno di spararla ogni giorno più grossa. Il braccio di ferro di tutti i leader mondiali  abbatté il Muro di Berlino. Non che il mondo oggi non abbia questioni da risolvere, ma immaginate di affrontare con le sparate di Trump e con dei leader così distanti dal senso delle istituzioni questioni come la Cortina di ferro. No, i bulli delle destre sarebbero totalmente inadeguati.

A non far cadere i vecchi leader nella tentazione della campagna elettorale costante, forse era la distanza maggiore rispetto al pubblico, a cui si rivolgevano solo in momenti istituzionali. Luci accese sul comizio e, per qualche ora o qualche giorno, silenzio. Oggi invece, anche con i social, il politico continua a voler la luce su di sé e sa che, quando l’avversario fa una dichiarazione, deve subito controbattere. Nell’abbondanza della comunicazione e delle dichiarazioni, vuole spiccare a tutti i costi. 

A lezione da Vladimir Putin

Maestro della longevità e della sopravvivenza al potere per le posizioni estreme è Vladimir Putin. Sembra proprio che i leader della destra odierna siano gli alunni diligenti del modus operandi di Putin, pronti a calare nei loro contesti nazionali la lezione russa. Negare i massacri in Siria, portare i carri armati in Ucraina, finanziare le campagne elettorali degli altri paesi, dall’Inghilterra all’Italia e, di nuovo, negare, sempre negare. Anche di fronte all’incredulità delle altre nazioni. E, anzi, con compiacimento quasi divertito dei propri sostenitori.

Il populismo di sinistra

Il rischio, però, è quello che il populismo di destra diventi populismo della sinistra. La sinistra, ultimamente, sembra bearsi di una presunta superiorità morale che rischia di perdere. Ripetere il “Noi siamo diversi, non siamo come loro” non regge se ci si fa prendere la mano e risponde con la stessa moneta,  con una comunicazione inadeguata al ruolo politico. Ci riferiamo ai post sulla Nutella e sui biscotti di Matteo Renzi? No, o meglio, non solo. C’è bisogno di una politica di contenuti ed è difficile. E’ frustrante portare avanti dei contenuti quando la gente, nella politica, sembra premiare la goffaggine venduta per simpatia,  il culto della personalità che passa per stravaganza e l’arroganza politica per carisma. E, così, si diventa veri bulli delle destre.

Elisa Ghidini

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