Bullismo: la retorica medievale di chi parla di ragazzate

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Bullismo: il 50% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni dichiara di esserne stato vittima, questo secondo l’Istat.




Bullismo, come lo vediamo

Molti adulti però minimizzano. Sono “ragazzate” dicono. Di più: spesso viene definito “formativo”, come una tappa obbligata che in un certo senso arricchisce. Sono andata a cercare sul dizionario la parola “formativo”: secondo la Treccani indica un qualcosa che aiuta a sviluppare l’intelligenza e la personalità. Il bullismo quindi renderebbe intelligenti, forti e dal carattere definito. A vederla così, pare che il bullismo debbano prescriverlo i pediatri.

Cosa dicono gli esperti

La realtà è che il bullismo (e il suo parente 2.0: il cyberbullismo) ruota quasi tutto intorno al concetto di autostima. Il bullo ne ha troppa, la vittima invece troppo poca. Questa combinazione fa in modo che si attraggano come particelle l’uno verso l’altra creando uno schema, reiterato, di vittima-carnefice. La realtà è però più complessa di così. La vittima ha scarsa autostima per via di condizioni familiari o sociali pregresse oppure può essere stato colto dal bullo in un momento di fragilità e, proprio come si accende un interruttore, quella angoscia resta viva nel tempo nutrita dai successivi atti di bullismo. Il bullo al contrario ha una forte autostima di sé stesso ma la percepisce come instabile, un qualcosa che deve mantenere. Come? Con la violenza, la prevaricazione, con lo stabilire ogni giorno che lui a scuola è il più potente e apprezzato di tutti. Tuttavia, in fondo a sé stesso, sa bene di non esserlo: è conscio che gli altri non provano stima per lui quanto invece ne hanno paura. Questo falso apprezzamento inasprisce il suo comportamento aggressivo.

Come si diventa da grandi

I dati dimostrano che il bullo resta bullo. La vittima di solito resta vittima, talvolta impara la materia e si trasforma in bullo-adulto. Lo schema tuttavia si ripete come un film già visto. Le vittime di bullismo tendono a manifestare agorafobia, depressione, ansia sociale e attacchi di panico. Faranno fatica, inoltre, a maturare un’autostima stabile e fruttuosa per quanto riguarda il lavoro e le relazioni sociali: entrambi punti cardine della nostra società. Il bullo (o neo-bullo) al contrario ha più possibilità di sviluppare comportamenti antisociali. Approdato al mondo del lavoro esercita mobbing, comportamenti vessatori e minacce. La sue relazioni socio-affettive non saranno equilibrate, basate su emozioni estreme, sul narcisismo e sul sospetto. Sembra quindi evidente che non ci sia niente di <formativo> nel bullismo: né per quanto riguarda il singolo né per ciò che, egoisticamente, serve alla società.

Come curarlo

In famiglia, ovviamente. Relazioni parentali stabili e una corretta educazione sono fondamentali per la crescita dei giovani. E poi a scuola: la quale deve mettere in atto sorveglianza ma soprattutto ascolto, in quanto molti atti di bullismo restano celati e diventano manifesti attraverso piccoli ma rumorosi atti di inquietudine da parte della vittima. L’atteggiamento diffuso però è quello di insegnare alla vittima a difendersi o a chiedere aiuto: stare in compagnia, evitare il bullo, chiedere aiuto oppure rispondere a tono (diventando appunto bullo a sua volta). Gli atti volti a destrutturare l’autostima peri-narcisistica del bullo  e fornirgli una percezione del sé più adeguata sono invero molto pochi. Forse perché il concetto di bullo, qui da noi, risente un po’ di quello schema medievale della minimizzazione e allo stesso esaltazione del furbo e del potente.  Il vincente non lo è per merito ma perché schiaccia, minaccia e soverchia tutti quanti. Se la percezione condivisa continua a vedere il bullismo non come qualcosa di grave ma come una “ragazzata” e scaricare la responsabilità sulla vittima, sotto sotto percepita come “debole”, allora il bullismo vincerà sempre così come i bulli. Che una volta adulti diventano quel qualcosa, che non piace a nessuno, che inizia con <str> e finisce con <nzi>.

Alice Porta

 

 

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