Burberry scandalizza: brucia i prodotti invenduti

La casa di moda londinese Burberry l'anno scorso ha mandato all'inceneritore capi e accessori per un valore di oltre 28 milioni di sterline

Tutto questo per evitare di ‘sporcare’ l’esclusività del marchio.

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Nel bilancio della casa di moda londinese Burberry compare qualcosa di tanto anomalo quanto scioccante: l’anno scorso il famoso marchio di lusso ha bruciato capi e accessori per oltre 30 milioni di euro.

Burberry, simbolo della moda britannica, è una delle Maison più famose e prestigiose al mondo, tuttavia, nelle ultime ore, ha fatto molto scalpore ciò che è emerso dal suo bilancio: per minimizzare lo stock in eccesso, la griffe, oggi guidata dall’italiano Marco Gobbetti, ha bruciato vestiti e accessori di lusso rimasti invenduti, i cosiddetti “avanzi da magazzino”, mandando letteralmente in fumo prodotti per un valore di 31 milioni di sterline, ovvero circa 34 milioni di euro.

Marchio Burberry

Per tradurre la cifra in quantità di prodotti, potremmo dire che il gruppo ha distrutto 20mila dei suoi iconici trench, l’impermeabile famoso in tutto il mondo. Per la casa di moda, che non vive un momento felicissimo, ma anzi ultimamente è impegnata in una campagna di rilancio del marchio, non è un modus operandi inusuale. Non è infatti la prima volta che Burberry agisce in questa maniera per difendere l’esclusività dei suoi capi e ridurre la sovrabbondanza dell’invenduto. Negli ultimi cinque anni sarebbero, infatti, state distrutte merci per un valore di 100 milioni di euro, con una netta tendenza alla progressività, se si considera che nel 2013 i capi distrutti valevano soltanto 5 o 6 milioni. Questa decisione di Burberry da un lato ha lasciato molto perplessi gli azionisti del gruppo e dall’altro lato ha suscitato molte polemiche soprattutto fra gli ambientalisti e i gruppi di opinione.

I prodotti di cui si parla, le eccedenze dei magazzini, sono capi perfettamente indossabili, non hanno difetti o imperfezioni, solamente non vengono più apprezzati e comprati dal consumatore abituale del marchio perché considerati vecchi o fuori moda.

Per evitare che il target dei loro clienti si abbassi, per impedire che questi capi finiscano negli outlet o nel cosiddetto “mercato grigio”, ovvero i canali di vendita non autorizzati dalle case di moda, e in cui i prezzi sono decisamente più bassi, Burberry, ma anche altre case di lusso, ritirano i loro capi invenduti e li distruggono. L’obiettivo dunque è difendere l’esclusività del marchio e il proprio pubblico di riferimento, impedendo vendite sottocosto e possibili contraffazioni. Ma anche semplicemente evitare che un brand o un accessorio simbolo della griffe diventi troppo comune.

Dopo il polverone nato dalla diffusione della notizia Burberry ha deciso di rispondere attraverso uno dei portavoce della Maison:

Burberry è impegnata a ridurre al minimo la quantità di eccedenza prodotta. Nei casi in cui è necessario lo smaltimento dei prodotti, lo facciamo in maniera responsabile e continuiamo a cercare modi per ridurre e riciclare i nostri rifiuti. Questo aspetto rappresenta una parte fondamentale della nostra strategia di responsabilità ambientale fino al 2022 e, al riguardo, abbiamo stretto collaborazioni a sostegno di organizzazioni innovative per contribuire a raggiungere questo obiettivo, come la partnership siglata con ‘Make Fashion Circular Initiative’ della Fondazione Ellen MacArthur, in cui ci uniamo ad altre player del settore per realizzare un’economia circolare della moda“.

A dispetto di quanto si potrebbe pensare, si tratta di una prassi comune tra le case di moda internazionali, sono molte infatti le griffe che tutelano in questa maniera la propria “proprietà intellettuale”. Qualche hanno fa uscì fuori uno scandalo analogo riguardante Chanel e Louis Vuitton.

Nonostante le giustificazione delle case di moda resta un dato oggettivo: questa pratica va contro i concetti di economia condivisa e di riciclo dei materiali. Non solo, vengono completamente ignorati i concetti di spreco, di disuguaglianza e di rispetto per l’ambiente.

Qualcuno diceva che l’esempio dovrebbe sempre arrivare dall’alto, in questo caso siamo proprio fuori strada.

Cecilia Graziosi

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