La burocrazia frena le grandi opere: Italia penultima in Ue per investimenti

L'ultimo rapporto del Fesr descrive una situazione drammatica per gli investimenti in grandi opere e cantieri. L'Italia bloccata dalla burocrazia è penultima in Europa, peggio di noi solo l'Irlanda.

Fino a poco tempo fa bloccate dall’austerity, Grecia, Spagna e Portogallo hanno fatto meglio dell’Italia.

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“C’erano una volta gli investimenti in Italia”. Dovrebbe essere questo il titolo dell’articolo che si sta leggendo, ma non si tratta di una favola purtroppo. Si tratta della triste condizione degli appalti e delle opere pubbliche del nostro paese, bloccati dal solito male, noto col nome di burocrazia.




Ma il risvolto ancor più tragico della questione è che lo stallo dei lavori pubblici in Italia non è neanche dovuto alla mancanza di fondi. Quelli ci sono ma non vengono spesi. Proprio così. Gli investimenti destinati al nostro paese, soprattutto provenienti dalla Ue, non vengono spesi del tutto e ciò comporta a lungo andare la revoca degli stessi.

Lo stato degli investimenti in Italia

Tradotto in cifre, dei quasi 34 miliardi messi a disposizione da Bruxelles, l’Italia ne ha spesi a malapena 2, cioè il 5% dei finanziamenti ottenuti. Siamo dunque penultimi in Europa nella classifica dei paesi che hanno speso di più in investimenti su grandi opere e lavori pubblici. Peggio di noi solo l’Irlanda. E se fino a qualche anno fa, insieme all’Italia, anche Grecia, Spagna e Portogallo erano sorvegliate speciali e vincolate dall’austerity, oggi questi paesi hanno fatto meglio di noi, con la Grecia che ha già speso il triplo di noi e la Spagna quattro volte tanto.

Questo è quanto riporta il Fesr, cioè il fondo strutturale della Ue per lo sviluppo regionale. In particolare, questi dati si riferiscono al periodo 2014-2020 e dal 2 maggio si discuteranno gli investimenti di bilancio dal 2020 in poi. Se l’Italia non ha finora dimostrato di essere in grado di spendere i finanziamenti a lei destinati, è difficile immaginare che ne riceverà ulteriori in seguito.

Ma a essere in condizioni molto precarie sono anche le opere dei Comuni: nel 2017 i Comuni hanno speso 800 milioni di euro in meno rispetto al 2016. Eppure, come si diceva prima, i soldi ci sono: i governi Renzi e Gentiloni sono quelli che hanno stanziato più risorse per lo sblocco di cantieri e grandi opere. Ma, come sottolinea l’Ance, la grave malattia che affligge il nostro paese è la burocrazia. In questo caso è il codice degli appalti a complicare le procedure di gara, ma lo stesso vale per l’esecuzione di opere ordinarie. Ad esempio, a Roma occorrono 9 mesi solo per appaltare lavori di asfaltatura stradale.




Va a finire che i finanziamenti faticosamente trovati dai governi Renzi e Gentiloni non vanno spesi del tutto, o comunque ciò che viene speso risulta irrisorio a quanto stanziato. Nonostante i 60 miliardi del Fondo abbiano durata pluriennale, il governo voleva spenderne 630 milioni solo nel 2017: ne ha spesi invece solo 100 milioni, una cifra appunto irrisoria.

Alcune grandi opere bloccate

Come detto poco sopra, i governi Renzi e Gentiloni sono quelli che hanno stanziato di più negli ultimi tre anni rispetto a quello che è stato fatto da altri governi nell’ultimo decennio. Ma non hanno saputo risolvere i meccanismi di spesa, cioè il vero problema. Tale incapacità è stata rimarcata anche dall’ultimo dossier del Senato sui lavori pubblici che monitora anche le capacità di intervento dei singoli ministeri. Nelle pagine del dossier si legge che, in merito alle capacità di programmazione e pianificazione dei piani di investimento, le strutture dei ministeri:

“non sembrano disporre  delle competenze specialistiche necessarie”.

Quindi si tratta di un’incapacità intrinseca, profonda. Si vorrebbe cercare di sburocratizzare un sistema tramite le stesse persone che lo hanno reso tale. È la burocrazia che divora se stessa, come il capitalismo di marxiana memoria.

E così va a finire che le lungaggini burocratiche ricadono sui lavori che diventano a loro volta infiniti. È il caso della “strada dei due mari” che collegherebbe Grosseto a Fano, incompiuta da 62 anni; non va meglio alle 28 opere di depurazione delle acque della Sicilia: 700 milioni di euro fermi dal 2012 in attesa del progetto esecutivo.




La riqualificazione del Mausoleo di Augusto, a Roma, attende ancora l’aggiudicazione della gara, avviata ormai tre anni fa ma ancora senza esito. Per concludere, vale la pena citare il maxi lotto della Statale Jonica 106: in 10 anni il progetto è finito al vaglio del Cipe ben 5 volte, e le sentenze del Cipe stesso hanno impiegato 1.115 giorni solo per essere pubblicate in Gazzetta Ufficiale.

Nicolò Canazza

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