Il cammino dell’ immagine simbolo: dal tragico all’indifferenza

Andy Warhol
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Il cammino dell’ immagine simbolo: dal tragico all’indifferenza

All’indomani del terremoto dell’Irpinia del 1980, Lucio Amelio, grande intellettuale e gallerista napoletano ( ora solo materia per gli addetti ai lavori) decise di coinvolgere i grandi nomi dell’arte per dar vita ad un movimento di sensibilizzazione sulla tragedia. Furono chiamati a raccolta nomi del calibro di Gilbert&George, Pistoletto, Cy Twombly ed Andy Warhol, e proprio quest’ultimo fu il primo a rispondere. A distanza di un anno, dopo che Amelio si recò alla Factory di Wharol con materiale di ogni tipo sul terremoto, l’artista americano realizzò un imponente trittico intitolato “Headlines scegliendo come soggetto la prima pagina del Mattino del 26 novembre 1980, che titolava: Fate Presto.

La tecnica era quella tipica di Warhol; serigrafia (ma senza colore), bianco su nero e nero su bianco. La serialità era al servizio dell’urgenza e del dramma, la ripetizione del titolo voleva amplificare l’attenzione sull’accaduto, l’intenzione era quella di mantener viva la coscienza, e il richiamo evidente (e già utilizzato in precedenza da Warhol) ai trittici trecenteschi, si concretizzava nella precisa volontà di rendere laicamente vivo e “sacro”  l’impegno civile, politico e sociale verso un dramma senza precedenti.

L’opera è conservata alla reggia di Caserta, insieme ad altre, in una mostra perenne dal titolo Terrae Motus, un nome mutuato proprio dall’iniziativa voluta nel 1980 da Lucio Amelio. E’ lì, imponente e silenziosa, carica di significati che oggi è necessario attribuirle ma che allora possedeva di diritto. Chiunque, negli anni ottanta, nell’ osservarla avrebbe capito al volo, non aveva bisogno di informarsi o sapere … già sapeva. Oggi, a più di trent’anni di distanza, è una preziosissima reliquia in uno splendido mausoleo lasciato a se stesso.

L’immagine da allora ha fatto passi da gigante; l’iconocrafico istantaneo, quasi in una forma rozza di geroglifico sociale, ha preso persino il posto del linguaggio: addirittura esprimiamo interi sentimenti o concetti, con smiles ed emoticon digitali: sentimenti in immagini preconfezionate, sentimenti che forse neanche proviamo sono già lì pronti per noi, basta un click e diciamo tutto. O crediamo di averlo fatto.

Il seriale esaltato da Warhol è divenuto realtà, ma ha perso – nel suo declinare da seriale a massificato – la peculiarità del contenuto. L’immagine che diffondo, o ripeto, acquista vero valore e vero significato se – e solo se – è non solo accolta, ma se “a sua volta” viene rigirata e diffusa. Non ci si ferma al trittico o alla tecnica con cui è stata realizzata, è necessario che essa diventi virale. Altrimenti non ha senso.

Questo ci fa capire una cosa, e cioè che proprio in un  periodo in cui tutti ci sentiamo a nostro modo artisti,  l’arte è quasi impossibile farla davvero: il contenuto di un’opera non è misurabile col grado di diffusione e di viralità che essa genera, anzi, accade paradossalmente il contrario: più qualcosa diventa endemico e più l’effetto che genera si indebolisce, si esaurisce, tendendo addirittura ad uniformarsi. In definitiva la ripetizione consuma l’unicità.

Confondiamo la pubblicità con l’arte, la produzione bulimica di immagini con l’originalità, ed è un vero dramma; infatti, se ci facciamo caso, molti contenuti si ripetono e si somigliano. Anche se i luoghi, le persone e i posti sono diversi, essi tendono inevitabilmente a confondersi tra loro in un’arida omogeneità .  La massificazione di un contenuto lo rende disponibile a tutti, ed in sé questo può essere anche un bene, ma arriva ad un espansione critica che lo rende “come gli altri” e “tra gli altri”, e pronto per esser archiviato perché ha esaurito il suo solo scopo: essere condiviso.

Allo stesso modo anche immagini simbolo dei drammi di cui siamo “comodi spettatori” compiono un inevitabile percorso di disinnesco. Inizialmente ci scuotono, sommuovono le nostre coscienze, ci indignano; poi, nella loro analgesica e infinita ripetizione, arrivano a diventare familiari, osservabili e sopportabili, fino ad esaurirsi in una remota indifferenza, nell’attesa che un nuovo piccolo innocente, la cui sacrosanta privacy è violata in nome di un effetto tragico destinato ad annoiarci, si palesi in tutta la sua sofferenza per indignarci a tempo.

fonte immagine: DailyStorm

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