Campi profughi: è emergenza nel nord-ovest della Bosnia

Le condizioni dei campi profughi al confine tra Croazia e Bosnia risultano a dir poco allarmanti. Con l’arrivo dell’inverno giunge anche la denuncia da parte della comunità internazionale che spinge affinché il governo di Sarajevo corra ai ripari al più presto

Dal 2018 ad oggi sono arrivati in Bosnia-Erzegovina, passando per la rotta balcanica, circa 50000 migranti con il proposito di entrare in Europa. Il paese, già di per sé politicamente instabile e impoverito, fatica però  a gestire lo stato d’emergenza in cui si trovano i numerosi campi profughi sorti nella zona nord-occidentale del paese, al confine con la Croazia. Questa zona si è infatti ormai tramutata in un immenso hotspot per migranti in seguito ai respingimenti sistematici effettuati dalla polizia di frontiera croata.

Come è stato già denunciato in precedenza su questa piattaforma, le autorità croate hanno spesso scelto la via dell’illegalità nel gestire la crisi migratoria: secondo le testimonianze i migranti vengono infatti regolarmente picchiati, spogliati dei propri effetti personali, privati dei loro telefoni (in modo tale da impedire loro di filmare quanto accade) e costretti a tornare in Bosnia-Erzegovina con la forza. Migliaia di persone si trovano dunque bloccate da mesi al confine con la Croazia e con l’arrivo dell’inverno la situazione sta diventando sempre più drammatica.

Nel distretto nord-occidentale del paese i campi profughi che accolgono i migranti sono tre: Vučjak e Bira vicino a Bihać e Miral  (di cui abbiamo già parlato a proposito del caso dei due sportivi nigeriani finiti per errore in un campo profughi) nei pressi di Velika Kladuša. Si tratta di tendopoli allestite senza tener conto dei più basilari diritti umani: a Bira ad esempio non c’è più spazio per i nuovi arrivati e c’è chi dorme fuori dalla struttura, per terra, in attesa che si liberi un posto. Tuttavia tra i tre il più inumano è quello di Vučjak: il campo è stato costruito lo scorso giugno in un luogo in cui fino a poco tempo prima sorgeva una discarica, ed ha accolto in pochi mesi circa 600 persone. In quel luogo i migranti vivono a stretto contatto con l’immondizia, circondati da campi minati, senza elettricità né acqua corrente e in tende allestite direttamente sul terreno. Già a partire da metà novembre la temperatura è scesa sotto lo zero e con l’arrivo del mese di dicembre la situazione nei campi profughi è apparsa ai migranti tanto drammatica da spingerli a iniziare  uno sciopero della fame, nel disperato tentativo di scuotere l’opinione pubblica e attirare l’attenzione della comunità internazionale.

Il 3 dicembre Dunja Mijatovic, la commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, nel corso di una visita a Vučjak ha duramente denunciato le condizioni dei campi profughi bosniaci. Mijatovic ha intimato al governo centrale di Sarajevo di intervenire al più presto descrivendo quanto visto come una vergogna per la Bosnia-Erzegovina, il suo paese d’origine. I migranti stessi che vivono nei campi profughi, in una video intervista al quotidiano online RadioFreeEurope hanno descritto Vučjak come:

Un campo per animali, non per uomini.

Un’accusa molto simile è arrivata anche da Medici senza Frontiere che ha parlato di una situazione di forte emergenza in cui questi campi improvvisati appaiono come luoghi inumani e pericolosi.

L’emergenza non è stata risolta in tempi brevi ma è stata al contrario inasprita del peculiare ordinamento statale che caratterizza la Bosnia-Erzegovina. I campi profughi sono infatti tutti concentrati nel cantone Una-Sana (che si trova appunto nella Bosnia nord-occidentale, al confine con la Croazia), una zona che è stata fin da subito abbandonata a sé stessa dal governo centrale di Sarajevo.

A questo punto le autorità del cantone hanno reagito aggravando ulteriormente le condizioni dei campi profughi: il 21 ottobre hanno tolto l’acqua corrente, hanno istituito un coprifuoco valido 24 ore su 24 e infine hanno minacciato di privare i migranti anche dell’assistenza sanitaria entro la fine dell’anno.

Fortunatamente, in seguito alle continue denunce della comunità internazionale, il ministro della sicurezza bosniaco, Dragan Mektic, e il responsabile del cantone Una-Sana, Mustafa Ruznic, si sono incontrati e hanno raggiunto un accordo. Ruznic è infatti riuscito ad ottenere la redistribuzione dei migranti nel resto della Bosnia-Erzegovina e la chiusura definitiva del campo di Vučjak. Secondo i media locali il trasferimento dei migranti in una caserma a Blazuj, nei pressi da Sarajevo, avverrà entro la fine della prossima settimana. Mektic ha inoltre annunciato la presenza di un piano simile anche per i centri d’accoglienza di Miral e Bira. Stando dunque a quanto afferma il ministro della sicurezza bosniaco i tre campi profughi verrano chiusi e i migranti saranno ospitati in un grande centro di transito, situato al di fuori dei centri urbani. Verrà dunque deciso tutto dalle autorità bosniache, senza alcuna possibilità di scelta per i migranti, che si trovano vicino al confine croato in attesa di poter entrare in Europa. Su questo le autorità bosniache concordano pienamente: coloro che risiedono in Bosnia-Erzegovina illegalmente non potranno decidere dove stare e, se necessario, verranno dislocati con la forza.

 

Silvia Cossu

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *