Il campo migranti di Moria è l’inferno in piena Europa: i bambini cercano di uccidersi

In un report intitolato “alle porte dell’inferno” Karima Sahbani e Mariacristina Boatti cercano di raccontare la drammatica situazione del campo migranti di Moria, sull’isola greca di Lesbo.


Le isole dell’Egeo nord-orientale sono la miniatura fedele di un’area geografica, quella europea, sempre più contraddittoria. Lesbo, Chio, Samo, Kos e Lero sono infatti allo stesso tempo destinazioni turistiche e terre di morte. La meraviglia della natura mediterranea, con il mare limpido e le colline verdi dominate dagli ulivi, si scontra con l’odore dei campi profughi sovraffollati: odore di urina, di sangue, di sporco, di rifiuti.

Non solo possiamo considerare questa zona europea come rappresentativa dell’intero territorio, con il suo essere povera e ricca, ma anche della tendenza a confinare geograficamente i più deboli. I cosiddetti hotspot – nel caso italiano Lampedusa – sono efficaci nell’isolare il problema, permettendo così poi di manovrarne la percezione. Grazie a questo meccanismo di emarginazione spaziale, l’Europa riesce a mantenere in piedi la sua immagine di “terra di pace”, pur essendo diventata ormai a tutti gli effetti – per quanto riguarda le violazioni dei diritti umani – una terra di guerra.

Come hanno fatto gli hotspot greci a diventare “l’inferno”?

Le isole greche del Nord-Est dell’Egeo sono molto vicine alla Turchia, dalla quale molti iracheni, siriani ed afghani, si mettono in viaggio verso l’Europa. Nel 2016 l’UE ha firmato un accordo , affidando al governo turco il compito di respingere tutti i migranti irregolari diretti verso la Grecia. Per diversi anni la Turchia lo ha fatto, ricevendo in cambio soldi, ovviamente. A marzo però il presidente Erdogan ha deciso di trasgredire l’accordo ed aprire i confini del paese. La conseguenza è stata la partenza di migliaia di persone verso la Grecia che ha lasciato che bande di civili fascisti gestissero l’ordine pubblico sui suoi hotspot. Le ONG stimano che attualmente sulle isole greche si trovino circa 42mila migranti.

Il campo migranti di Moria era una base militare e, in un certo senso, lo è ancora.

Sull’isola di Lesbo si trovano due campi, il più grande è quello di Moria che secondo le ultime stime, risalenti al mese scorso, accoglie 16.592 persone anche se la capienza massima sarebbe di 3.000. Questa zona, che oggi appare come un cumulo di tende e immondizia, un tempo era un’area militare. “In un certo senso lo è ancora” dice il report di Attivisti senza frontiere. Lo è soprattutto per il modo in cui la polizia si comporta nell’area.

Le forze dell’ordine agiscono come agirebbero in un carcere. Il presupposto è che i migranti siano dei criminali. I controlli sono quindi spesso invadenti e violenti. “La polizia di solito perlustra l’area in cerca di migranti illegali per arrestarli in gruppo, picchiarli o rispedirli in un altro paese” si legge nel rapporto di Attivisti senza frontiere. Alcuni video testimoniano le violenze di chi ha una divisa, ma anche di chi finge di averla, come diversi gruppi di estrema destra, sui richiedenti asilo.




L’uso della forza da parte del governo greco non ha interessato solo la protezione dei confini. A febbraio i migranti del campo hanno manifestato contro l’ennesima legge mirante a diminuire le possibilità di veder accettata la propria richiesta di asilo. La rivolta è stata repressa con l’uso di gas lacrimogeni, proiettili di gomma ed altre armi.

Nonostante gli interventi della polizia, la situazione nel campo migranti di Moria è decisamente fuori controllo

Per quanto violenti e brutali, gli interventi delle forze dell’ordine non sono affatto efficienti. Attivisti e ONG presenti sul territorio parlano di Moria come un’enorme piazza di spaccio, prostituzione e criminalità organizzata. I migranti che risiedono nel campo sono spesso armati. Capita di frequente infatti che nelle lunghe file per accedere alla mensa, ai bagni o ad altre aree comuni, le liti degenerino in accoltellamenti. Molto spesso qualcuno ci lascia la pelle. L’ultimo è stato un ragazzo afghano di 21 anni, rimasto coinvolto in una lite tra donne in fila per il cibo.

La droga è molto spesso un alleato per combattere un dolore di cui nessun medico o ospedale si prende cura. Trovare assistenza sanitaria per le persone nel campo di Moria è quasi impossibile. Medici senza frontiere opera nell’area ma il suo aiuto, tra l’altro non benvisto, non è sufficiente, e non lo è neanche quello dell’ospedale pubblico sull’isola. Occorrerebbe trasferire le persone, soprattutto i bambini, che in molti casi sono malati di cancro o soffrono altre patologie croniche. La situazione per i minori, che costituiscono il 40% della popolazione del campo, è veramente drammatica.

Spesso i bambini arrivano al campo da soli, malati, e depressi.

Ci sono giorni in cui Nawal Soufi  diffonde tramite i suoi social video di bambini che giocano spensierati all’interno del campo o appena fuori dalla spaventosa recinzione che lo circonda.  Tante altre volte però sono video di incendi – frequentissimi – scontri o, peggio, testimonianze scritte di stupri, morti, accoltellamenti, deportazioni. 

Nawal racconta quotidianamente l’inferno del campo migranti di Moria, reclutando ogni giorno nuovi attivisti e attiviste, che possano aiutare anche a distanza prenotando case per le famiglie in difficoltà, fornendo generi di prima necessità o comprando biglietti aerei. Non è l’unica a testimoniare cosa succede in questo luogo.

La neurologa Jules Montague è stata a Moria per osservare gli effetti psicologici della brutalità europea sui bambini. Ha poi riferito di aver osservato su alcuni di loro la “sindrome della rassegnazione”. Si tratta di una vera e propria patologia psicologica, che conduce alla morte. Di questa malattia soffriva Ayesha, una bambina di 9 anni, che dopo l’ennesima tragedia ha smesso di muoversi, parlare e mangiare. Ayesha aveva visto con i suoi occhi il fratello morire sotto le bombe in Afghanistan. Nei giorni successivi aveva affrontato il viaggio per raggiungere Moria, durante il quale si era ferita ad una gamba. Dopo un omicidio nella tenda vicina a quella della sua famiglia, l’ennesima tragedia, è precipitata in uno stato catatonico e ha praticamente deciso di smettere di vivere. 

Il rapporto di Attivisti senza frontiere riferisce anche che i bambini “sono vittime di adulti che li obbligano ad avere rapporti sessuali con chiunque in cambio di denaro”. Lo scorso 22 luglio Nawal, in un post su Facebook, ha denunciato come un gruppo di 10 persone abbia violentato, a turno, un bambino di soli 5 anni. Le storie come queste sono tante, una più terribile dell’altra.

L’Europa conosce queste storie. Moria e gli altri campi non sono solo responsabilità del governo greco. Tutto questo succede sul suolo di un’organizzazione sovranazionale che si è impegnata a tutelare i diritti fondamentali. Tuttavia sembra che anche qui, in occidente, l’uguaglianza e la dignità della persona dipendano da colore della pelle e religione.

Marika Moreschi

 

 

 

 

 

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