Cani anti Covid, le risposte della scienza tra possibilità e limiti

Secondo due studi pilota, i canidi sarebbero in grado di fiutare i positivi al virus con notevole precisione. Creare una squadra di cani anti Covid? È un’ipotesi realistica ma non una certezza, almeno per il momento.

Le potenzialità dei cani anti Covid

I ricercatori delle università di Hannover (Germania) e di Beirut (Libano) affermano che i cani potrebbero contribuire notevolmente alla lotta contro il Covid-19. Infatti, grazie al loro fiuto, sembrano in grado di individuare i pazienti positivi, probabilmente anche quelli asintomatici. Nonostante si tratti di studi pioneristici, sono già molto promettenti e hanno un grande potenziale. L’utilizzo dei cani agevolerebbe la gestione della pandemia nei luoghi molto affollati (es. gli aeroporti), dove i test convenzionali sono di più difficile applicazione. Basti pensare che i cani anti Covid potrebbero controllare centinaia di persone all’ora e senza l’ausilio di personale sanitario. Inoltre, sono uno strumento di screening molto più economico, un elemento da non sottovalutare.

Cosa sentono i cani?

Con i loro 300 milioni di recettori degli odori, i cani percepiscono anche le molecole più infinitesimali. Infatti, già ampiamente utilizzati per il rilevamento di esplosivi e droghe o per cercare le persone scomparse, le loro capacità olfattive aiutano anche le scienze epidemiologiche. In letteratura, più studi confermano che i cani hanno un’accuratezza nell’individuare i malati paragonabile ai metodi standard. In particolare, i virus e i batteri producono dei composti organici volatili (COVs), che i cani sono in grado di rilevare e discernere l’uno dall’altro. Partendo proprio da queste osservazioni, i ricercatori hanno pensato di provare con il Covid-19, essendo un virus di origine virale. Poiché i COVs si concentrano sulla pelle, ai cani sono stati presentati dei campioni di sudore ascellare prelevati sia da persone positive sia negative.

I risultati

Su un campione randomizzato di 1012 persone, gli 8 cani tedeschi hanno identificato l’83% dei casi positivi (sensibilità diagnostica) e il 96% dei negativi (specificità diagnostica). Più precisamente, hanno individuato correttamente 157 sani e 792 malati, sbagliando invece su 63 individui (tra falsi positivi e negativi). Questi risultati sono molto promettenti e hanno trovato già diversi riscontri in altre sperimentazioni. Ad esempio, i 18 cani del progetto franco-libanese hanno identificato correttamente il 92% dei casi positivi, avvalorando l’ipotesi che il cane possa essere “una soluzione molto accurata, fattibile, economica e riproducibile”. Inoltre, in Francia la Scuola nazionale di veterinaria di Alfort conferma che 8 cani hanno identificato i campioni positivi con un’efficienza dell’83-100%.



I limiti

I risultati sono promettenti, ma l’idoneità per questo metodo di screening necessita di ulteriori accertamenti. Infatti, i campioni sperimentali sono ancora troppo esigui per parlare di certezze, perché le statistiche hanno bisogno di numeri grandi per acquisire validità. Peraltro, i criteri di inclusione sono stati piuttosto aspecifici circa la sintomatologia dei pazienti e la carica virale: tutti elementi di cui non si conosce l’influenza. Inoltre, per tutelare gli animali, la cui vulnerabilità all’infezione non è ancora chiara, il virus sui campioni è stato disattivato. Tuttavia, la procedura di inattivazione, se da un lato sembra non influenzare i COVs, dall’altro non è pratica per i test sul campo. Attualmente esistono solo casi singoli di cani infettati da covid-19, ma il dato non deve essere sottovalutato. È un metodo sicuro per gli animali? Il virus altera il senso dell’olfatto dei cani infettati? Si cercano ancora delle risposte.

Prospettive future

Aumentare il numero dei dati è assolutamente necessario per confermare quanto scoperto. Infatti, la comunità scientifica è ancora scettica, sebbene non prevenuta verso questa nuova possibilità di screening. In realtà, la vera sfida rimane capire se i cani possono individuare i positivi pre-sintomatici e gli asintomatici. Infatti, è noto che queste due categorie aumentano notevolmente la diffusione del contagio, rendendo spesso difficile il tracciamento e quindi il controllo delle infezioni.

Addio ai test molecolari?

“Nessuno sta dicendo che possono sostituire una macchina per PCR, ma potrebbero essere molto promettenti” con queste parole il neurologo veterinario Holger Volk precisa l’importanza dei test molecolari. Infatti, l’uso dei cani anti Covid potrebbe funzionare come valida e rapida alternativa ai tamponi in contesti di grande affollamento e laddove l’accesso ai test diagnostici è fortemente limitato (es. paesi sottosviluppati).

La situazione in Italia

Anche il nostro paese non è lontano dall’introduzione dei cani negli aeroporti, così da aggiornare ancor più i dati sull’argomento. Secondo l’organizzazione Medical Detenction Dogs Italy  (MDDI), “Entro un mese l’Italia potrebbe avere a disposizione i cani addestrati per fiutare Sars-CoV-2”. Ad oggi, il problema principale è capire come lavorare con il virus attivo, perché l’addestramento dei cani in sé non dovrebbe essere un lavoro particolarmente lungo. Ad ogni modo, il direttore tecnico Aldo La Spina ci tiene a precisare che “la tutela dei cani è una priorità”, pertanto nessun cane sarà mai messo in condizioni di stress o di pericolo per la sua salute.

“Il naso per un cane è quello che per l’uomo sono gli occhi” e nella lotta al nemico invisibile noi abbiamo un disperato bisogno di qualcuno che ci dica dove cercare.

Carolina Salomoni

 

One thought

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *