Le caratteristiche della malattia da virus Ebola analizzate a livello molecolare

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Appena ieri è stato pubblicato su Cell Host & Microbe uno studio che analizza le caratteristiche della malattia da virus Ebola a livello molecolare.
Si tratta del primo studio di questo genere perché per i ricercatori è molto difficile condurre studi su modelli animali e ancora di più su quelli umani. Non è difficile immaginare perché viste le caratteristiche di questa tremenda infezione, l’alto tasso di mortalità e l’alto tasso di contagiosità del sangue che esce dalle persone malate (serve ricordare che l’Ebola è una febbre emorragica?), il caso (evito di usare l’aggettivo “fortunato” per rispetto dovuto alle vittime) che ha permesso lo studio è l’epidemia di Ebola scoppiata  in Sierra Leone nel 2014.
Lo studio che analizza le caratteristiche della malattia da virus Ebola a livello molecolare



L’autore principale dello studio è Yoshihiro Kawaoka che è un professore di virologia presso la scuola di veterinaria della Madison University in Wisconsin (che è l’istituzione che ha diretto il team internazionale) ma anche presso l’università di Tokio. Kawaoka studia malattie infettive da tutta la vita, appena apprese dell’epidemia in Sierra Leone cercò di ottenere dei campioni di sangue, ma con scarsi risultati, fino a che venne a sapere che nelle suo stesso dipartimento all’università c’era Alhaji N’jai un collega ricercatore in visita dalla Sierra Leone. N’jai stava registrando delle trasmissioni radio per insegnare alla gente del suo paese a proteggersi dal virus. Ovviamente Kawaoka contattò il collega e scoprì che aveva molti buoni agganci nel governo della Sierra Leone. Prima di Natale i due più un altro ricercatore del team di Kawaoka erano in Sierra Leone e grazie agli agganci di N’jai e alla sua capacità di spiegare cose complesse ai non specialisti, furono in grado di spiegare a funzionari del governo quello che volevano fare e l’utilità che poteva avere.
Acquisire tanti dati sul virus avrebbe potuto essere uno strumento formidabile proprio per le autorità sanitarie, specialmente in casi in cui ci sono poche risorse e tanti infetti, individuare dei marcatori che ci dicono quali pazienti se non trattati massicciamente e rapidamente moriranno e quali invece potrebbero superare la malattia più “facilmente” fa tutta la differenza del mondo.
I ricercatori a febbraio 2015 avevano un loro laboratorio in un ospedale militare nella capitale Freetown, in piena emergenza epidemia. Importante sottolineare che i ricercatori non sono mai entrati in contatto coi pazienti e che i campioni di sangue per lo studio furono raccolti col consenso sia dei pazienti che del governo della Sierra Leone.
I ricercatori raccolsero 29 campioni di sangue da 11 pazienti che sarebbero sopravvissuti al virus e 9 da 9 pazienti che morirono. Il team altamente specializzato inattivò il virus in base ai protocolli e poi i campioni furono spediti alla Madison University e ad altre istituzioni partner.
Su questi campioni furono svolte tutte le indagini attualmente disponibili, alla ricerca di migliaia di indizi a livello molecolare. I risultati sono stati che i sopravvissuti rispetto ai deceduti avevano livelli più elevati di alcune molecole legate al sistema immunitario e più bassi di altre.



Ad esempio: quelli che non ce l’hanno fatta avevano alti livelli di plasma citochine e  cambiamenti nei lipidi del plasma coinvolti nei processi di coagulazione. Nel sangue dei pazienti deceduti sono stati trovati enzimi pancreatici suggerendo che questi sono i responsabili dei danni nei tessuti che si osservano nei casi in cui l’ebola è fatale. Viceversa i pazienti che al momento dell’ammissione avevano bassi livelli di vitamina D e di un amminoacido chiamato L treonina sono quelli che poi non sopravvissero.
Una caratteristica interessante dei risultati trovati dai ricercatori è che molti dei marcatori che hanno osservato nei malati di Ebola sono gli stessi osservati nei processi di sepsi, cioè una risposta infiammatoria sistemica di tutto l’organismo a un’infezione che finisce per fare danni devastanti al corpo.
Sicuramente questi dati ora costituiranno un prezioso database e disposizione di qualsiasi team di ricerca che studi il virus Ebola alla ricerca di una cura.

Roberto Todini

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