In carcere o al Pronto Soccorso: la morte nello Stato inumano

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C’è un iter da rispettare. Ci sono tempi da far passare. Ci sono schemi e regole a cui attenersi. Tra due situazioni apparentemente cosi diverse tra di loro, determinatesi a distanza di quasi sette anni una dall’altra, ci sono queste frasi a fare da collante, a dipingere uno Stato ipocrita, che ha smarrito il senso dell’umano, che ha paura a forzare la mano con i forti e invece ci va pesante con i deboli. Stiamo parlando della storia di Stefano Cucchi e di quella di un uomo morto di cancro al Pronto Soccorso del San Camillo di Roma, tra le file dei codici verdi e bianchi, tra i panini e le chiacchiere di pazienti con problemi sicuramente meno gravi del suo.

Due storie diverse accomunate da un unico elemento: uno Stato che si lava le mani. E’ la sera di martedì 4 ottobre quando viene diffusa alla stampa la perizia redatta dai tecnici nominati dal gip Elvira Tamburelli, nell’ambito dell’inchiesta bis sulla morte di Stefano Cucchi, il geometra romano morto il 22 ottobre 2009 una settimana dopo il suo arresto per droga. Per i periti non c’è nessun nesso oggettivo tra il pestaggio da parte dei Carabinieri e la morte del giovane ingegnere in quanto l’ipotesi “dotata di maggiore forza ed attendibilità” è che “fu morte improvvisa ed inaspettata per epilessia in un uomo con patologia epilettica di durata pluriennale, in trattamento con farmaci anti-epilettici”. E il tono pilatesco dei tecnici arriva all’apice quando si ammette che non si può con certezza indicare una causa precisa della morte e si lasciano in piedi entrambe le piste, tanto da dare ragione sia all’accusa che alla difesa: Stefano Cucchi potrebbe essere morto per cause riconducibili all’epilessia oppure alla frattura alla vertebra sacrale.

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Sempre a Roma, sei anni dopo, un uomo muore di cancro dopo un lunga agonia di 56 ore al Pronto Soccorso dell’Ospedale San Camillo. Dopo un calvario fatto di continui rinvii che ha negato all’uomo e la possibilità di avere accesso alle cure palliative, la vita dell’uomo si è conclusa – scrive il figlio giornalista in una lettera di denuncia al Ministro della Salute Lorenzin – “cinquantasei ore in pronto soccorso, da malato terminale, nella sala dei codici bianchi e verdi, ovvero i casi meno gravi. Accanto ad anziani abbandonati, persone con problemi irrilevanti che parlavano e ridevano, vagabondi e tossicodipendenti che, di notte, cercavano solo un posto dove stare… Sarebbe dovuto morire a casa, soffrendo il meno possibile. E’ deceduto in un pronto soccorso, dove a dare dignità alla sua morte c’erano la sua famiglia, un maglioncino e lo scotch”.

Al primo sono toccate prese in giro e botte e per sei anni la gigantesca presa in giro di uno Stato che non riesce ad ammettere le sue colpe e a fare giustizia. Al secondo è toccato morire tra i dolori lancinanti del cancro, magari accanto a chi avevo uno sfogo allergico o era su di giri per aver bevuto troppo. Ma queste storie sono profondamente legate. Stefano e la sua famiglia, il signor Cairoli morto di cancro e la sua famiglia, si sono trovati davanti il volto di uno Stato che resta fermo e immobile di fronte ai volti sfigurati dalle malattie o dalle botte. Uno Stato che rinvia, che prende tempo, che si inventa iter e procedure che guarda un po’sono tanto più meticolose quanto più chi li deve seguire è in condizioni di debolezza e fragilità.

E’ così che si muore nello Stato della coscienza messa a riposo, della deresponsabilizzazione, incapace di dare risposte all’uomo e al suo soffrire.

Viene da domandarsi: che cosa ha ancora di umano uno Stato così? Che cosa ha di meno il grido di giustizia di Ilaria Cucchi o la sofferenza di un uomo malato terminale di cancro delle solite categorie che protestano quasi quotidianamente di fronte a Montecitorio o Palazzo Madama e poi vengono puntualmente ricevute da qualche delegazione parlamentare? Hanno il solito punto debole: quello di essere ultimi, di essere parte di quel pezzo di umanità che, nel caso di Stefano, sta ai margini oppure nel caso del Signor Cairoli gli restano pochi giorni e magari non potrà nemmeno votare al prossimo turno.

E se ad ogni assoluzione di politici plurindagati i grandi editorialisti prendono carta e penna per scrivere contro una giustizia ad orologeria e manettara, leggeremo poco invece di una giustizia che non fa giustizia e di una sanità che fa morire in condizioni indecenti e indignitose. E quindi capiamo che in questo gioco a fare i forti con i deboli e i deboli con i forti, non c’è solo lo Stato che “sta in alto”. Ci siamo tutti noi. Noi che stiamo in basso. Noi che tante volte facciamo finta di non vedere.

E allora viene da chiedere scusa, con le parole di Ilaria Cucchi: “scusate se siamo morti nelle vostre mani. E perdonateci se abbiamo l’ardire di chiedere verità e giustizia.” Scusate se ci siamo ammalati di cancro e non possiamo permetterci cliniche private. Scusate se non abbiamo ereditato fortune e ci siamo ritrovati ai margini. Ci siamo illusi di tante speranze, di trovare donne e uomini con un cuore di carne e non di pietra. Non li hanno trovati Stefano e il signor Cairoli e, con grande probabilità, non li troveremo nemmeno noi.

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