Carlo Airoldi: 2000 km a piedi per andare all’Olimpiade

Il destino ha un modo tutto suo di elargire onori e glorie, sconfitte e delusioni. E quell’alone di leggenda che solo lo sport sa conferire, Carlo Airoldi lo aspettava sotto forma di una medaglia d’oro, che non arrivò mai. Fu invece un viaggio a piedi di oltre 2000 km a consegnare il suo nome ai posteri.

Carlo Airoldi nacque da una famiglia di umili origini, figlio di contadini del varesotto. Lui non aveva studiato, e parlava solo il milanese. Per sbarcare il lunario lavorava in una fabbrica di cioccolato. Nel tempo libero si dedicava alla sua grande passione, la corsa. Ma a vederlo, basso, tozzo, con due braccia da sollevatore di pesi, non sembrava il prototipo del podista perfetto. Eppure correva. E correva veloce Carlo, facendo sue tante gare. Più di 100. Il successo più importante lo colse partecipando alla Milano-Barcellona. Una corsa a tappe massacrante, in cui Carlo Airoldi ingaggiò un duello di 1000 km con Ortegue, corridore marsigliese. L’italiano superò il francese negli ultimi 1000 metri. Voltandosi, ormai poco distante dal traguardo, vide il rivale a terra, esausto. Carlo tornò indietro, se lo mise sulle spalle, e tagliò il nastro d’arrivo al primo posto. Il premio duemila pesete, che gli costeranno caro.



L’appuntamento con la storia il 10 aprile 1896.

Quel giorno si sarebbe tenuta la prima maratona dei moderni giochi olimpici. La sede prescelta per la prima edizione non poteva che essere Atene, capitale della culla dei giochi antichi.  Carlo Airoldi era tra i favoriti alla medaglia d’oro. D’altronde era il palmares a parlare per lui. Tra lui e la vittoria però non c’erano solo gli avversari. Carlo non aveva abbastanza denaro per affrontare un viaggio così lungo ed arrivare in Grecia. Di certo a mancargli non erano il coraggio e la forza d’animo. Così decise di finanziarsi in un modo originale, proponendo l’impresa che lo consegnerà alla leggenda al direttore di un giornale milanese dell’epoca, la Bicicletta. Un viaggio a piedi, da Milano ad Atene, 70 km al giorno per giungere in tempo utile per correre la maratona. In cambio delle spese necessarie al viaggio, l‘atleta avrebbe consentito al giornale di narrare quotidianamente la sua avventura.

Il viaggio

Trovato l’accordo, la mattina del 28 febbraio  Airoldi partì da una Milano svegliata dalla neve. A separarlo da Atene migliaia di km, che sarebbe riuscito a percorrere in un solo mese. Nel mezzo un oceano di vita. Come l’uragano che lo sorprese a Carlopago, in Croazia, che riuscì a scampare per miracolo; o le due notti passate all’addiaccio, perché non era riuscito a trovare un posto dove dormire. Si nascose tra i rovi dei cespugli, per paura di aggressioni, ferendosi ad una mano. A Spalato invece incontrò un veneto, che saputo della sua storia, gli propose di sfidare il campione della città. Sul piatto una somma di denaro che gli avrebbe fatto comodo per il resto del viaggio. Nonostante i km già nelle gambe, e il percorso che non conosceva, riuscì ad avere la meglio.  I soldi però non li vide mai, e anzi fu derubato dei pochi che aveva.

L’epilogo

Carlo Airoldi giunse ad Atene il 31 marzo 1896, con largo anticipo per correre la maratona. Il podista, per iscriversi alla competizione, venne ricevuto dal Principe Costantino in persona, presidente del Comitato olimpico. Interrogato da quest’ultimo, venne alla luce che l’atleta aveva ricevuto una somma di denaro come premio per aver vinto la Milano-Barcellona. Non essendo ammessi professionisti alle gare olimpiche, Carlo Airoldi venne immediatamente squalificato. A nulla valsero le proteste giunte dai vari organi e comitati sportivi italiani. In Italia non esistevano corridori professionisti, e le duemila peseta furono un premio estemporaneo. Airoldi dovette arrendersi ad un cavillo studiato ad arte, per eliminare a tavolino l’avversario più forte per i padroni di casa. La maratona andò a Spyridōn Louīs. A Carlo Airoldi non servì vincere per entrare nella leggenda.

“Una storia di altri tempi, di prima del motore, quando si correva per rabbia o per amore”: così ce l’avrebbe raccontata Luigi Grechi.

Antonio Scaramozza

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