Carne coltivata in laboratorio per prevenire future pandemie? Una realtà già concretizzata in molti Paesi

La carne coltivata in laboratorio potrebbe essere una soluzione innovativa per ovviare al problema, o meglio ai problemi, dati dalla continua richiesta di carne. Si potrebbe, in tal modo, limitare, se non addirittura eliminare del tutto, la possibilità di sviluppare nuove epidemie derivanti dal suo consumo.

Consumo di carne e pandemia

La richiesta continua di carne porta con sé l’aumento, in termini numerici, di allevamenti intensivi di animali. Conseguentemente, gli allevamenti intensivi producono uno sfruttamento eccessivo di risorse che non fanno altro che  accrescere l’inquinamento. Si tratta  quindi di una catena di azioni che sembra non avere alcun lato positivo. Una soluzione potrebbe essere la carne coltivata in laboratorio. O meglio, più che una soluzione ipotetica si tratta di una realtà che si è già concretizzata in molti Paesi.

Ormai è chiaro che il Covid-19 è arrivato all’uomo da un animale. Tuttavia non si tratta di un caso isolato. Pensiamo, ad esempio, all’HIV, trasmesso all’uomo dalle scimmie. O ancora, pensiamo all’epidemia di Sars del 2003- 2004.

In tutti i casi che abbiamo elencato si tratta di malattie zoonotiche. Per zoonosi intendiamo una malattia infettiva presente negli animali che, attraverso lo spillover, ovvero il salto di specie, viene trasmessa all’uomo. Nel caso della Sars e del Covid-19 la diffusione della malattia ha avuto origine in Cina, nei tipici mercati in cui vengono venduti animali esotici vivi, privi di qualsiasi controllo sanitario.

A seguito della pandemia di Covid-19, l’Oms (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) ha chiesto il divieto di vendita di animali selvatici e controlli serrati dal punto di vista igienico – sanitario.

“Gli animali, in particolare quelli selvatici, sono la causa di più del 70% di tutte le nuove malattie infettive trasmesse agli esseri umani, molte delle quali determinate da nuovi virus. I mammiferi selvatici, in particolare, rappresentano un rischio reale per la comparsa di nuove malattie”.

I wet market

Eppure non è facile vietare la vendita di animali. In Cina e nelle zone orientali dell’Asia, i cosiddetti wet market hanno profonde radici culturali radicate nell’immaginario collettivo. Il nome di wet market tradotto significa “mercato bagnato”. Questo nome deriva dal fatto che gli animali vengono tenuti vivi all’interno di gabbie e macellati al momento della vendita. In questo modo si crea un vero e proprio fiume di sangue che scorre lungo le strade dei mercati e che potrebbe portare con sé infezioni.

Con questa modalità di vendita, il consumatore ha l’illusione di consumare carne “fresca”. In realtà non è così. Si tratta esclusivamente di un prodotto che non è sottoposto ad alcun controllo igienico-sanitario.

I wet market sono da questo punto di vista degli inneschi formidabili per le pandemie, con enormi quantità di animali ammassati, uccisi e maneggiati senza la minima precauzione: catturati direttamente nelle foreste, non sottoposti a controlli veterinari, trasportati per lunghe distanze e ammassati in gabbie per giorni prima del momento della macellazione.

“Sono stressati e immunodepressi ed espellono qualsiasi agente patogeno presente in loro” ha spiegato nei giorni scorsi sul quotidiano britannico The Guardian il professor Andrew Cunningham della Zoological Society di Londra.

“Con la presenza di un gran numero di persone al mercato che stanno a stretto contatto con i fluidi corporei di questi animali si ha una combinazione ideale per l’insorgenza delle malattie”.

Carne coltivata in laboratorio

La carne coltivata in laboratorio, invece,  è  già una realtà concreta in alcuni Paesi. Si tratta di una soluzione che, se fosse adottata dalla maggior parte degli Stati del mondo, potrebbe essere una soluzione vincente contro il diffondersi di nuove epidemie. Il primo hamburger creato in laboratorio è opera del ricercatore e farmacologo olandese Mark Post, frutto di due anni di ricerche e 325.000 dollari investiti.  La carne coltivata in laboratorio viene creata a partire dalle cellule staminali dell’animale. Queste cellule vengono successivamente trasformate in tessuto muscolare. L’unico problema, se così possiamo definirlo, riguarda il costo di produzione elevato.

Le cellule staminali prelevate sono nutrite con sieri di origine vegetale o animale all’interno di bio-reattori. In questo modo le cellule crescono fino a diventare tessuto muscolare. Le cellule utilizzate per avviare il processo sono ottenute da un insieme di cellule estratte indolore attraverso biopsie direttamente dagli animali vivi.

Produzione di carne sintetica: pro e contro

Le riviste Climatic Change e Science hanno sottolineato la necessità di cambiare le abitudini alimentari mondiali per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi sulla riduzione delle emissioni di gas serra. Nonostante ciò, la comunità scientifica nutre molti dubbi  sull’impatto che la carne coltivata in laboratorio potrebbe avere per l’ambiente. Gli studi condotti dalla Oxford University e dall’Università di Amsterdam nel 2011 hanno dimostrato che la carne sintetica ha “il potere di generare fino al 96% in meno di emissioni di gas serra e di consumare tra l’82 e il 95% in meno di acqua rispetto alla carne tradizionale europea”.

L’unico problema potrebbe riguardare le emissioni di CO2 prodotta dai laboratori. L’anidride carbonica rimarrebbe nell’atmosfera per millenni a differenza delle emissioni di  metano prodotte dagli allevamenti che rimarrebbero nell’atmosfera per 12 anni.

L’Italia

L’Italia, tuttavia, guarda con scetticismo alla produzione di carne creata in laboratorio. La Coldiretti sostiene che tre italiani su quattro sarebbero contrari al consumo di carne sintetica. Se tutti sapessero quali sono i benefici che il consumo di carne sintetica potrebbe portare, non solo all’uomo ma anche all’intero ecosistema, sicuramente cambierebbe anche il modo di pensare dei più moralisti e integerrimi.  La startup trentina Bruno Cell è  l’unica startup italiana che ha iniziato a produrre carne sintetica, investendo circa 100 mila euro.

Un ristorante di Tel Aviv, nel novembre del 2020, ha proposto nel proprio menù le prime crocchette di pollo create in laboratorio. Lo stesso ha fatto Singapore. Nel 2008, PETA, l’associazione internazionale no- profit per il trattamento etico degli animali, ha concesso un premio di un milione di dollari per il primo laboratorio in grado di creare carne di pollo sintetica adatta alla commercializzazione.

La carne sintetica sarà quindi il cibo del futuro? Non lo sappiamo ma, di certo, sono molti i passi avanti che devono essere ancora compiuti.

Irene Amenta

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