Perché festeggiamo il Carnevale?

Un tuffo nel passato alla scoperta delle origini storiche del Carnevale

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Il Carnevale è la festa più giocosa dell’anno, forse uno dei pochi momenti in cui si abbassa la guardia; taluni – per altri è così sempre – dimenticano le proprie responsabilità, si lasciano andare e “ogni scherzo vale”. Nelle città italiane sfilano i carri, e tanti sono i dolci tipici, le tradizioni che variano da una regione all’altra. Alcune sono peculiari, pressoché uniche, ma a ben guardare sembrano tutte avere un denominatore comune, che riposa nel passato.

Da dove ha origine la parola “Carnevale”?

Difficile stabilire l’esatta etimologia del termine, anche se molti studiosi concordano sulla matrice latina “carne”. Poi si sbizzarriscono in varie ipotesi: carni levamen, sollievo della carne, carnem levare, togliere la carne, carna-aval, carne in abbondanza, carna-scialia, carne a scialare, carno vale, addio alla carne (probabilmente nel senso che venivano esaurite tutte le provviste).
C’è inoltre da chiedersi quale sia l’effettivo riferimento alla “carne”: senza dubbio essa è intesa come cibo, nutrimento, ma, proprio per restare nei binari della storia, va ricordato che il Carnevale nell’antica Roma era il periodo dell’anno orgiastico per eccellenza. Quindi “carne” potrebbe assumere la doppia valenza di cibo e piacere sessuale.

Quando è nato il Carnevale?

I popoli antichi non conoscevano la scienza. Quella è arrivata con Galilei. Di conseguenza, tutte le loro interpretazioni del mondo erano basate sui miti, su credenze irrazionali. E concepivano il tempo come un continuum, che si rinnovava ciclicamente. Soprattutto il capodanno, il momento in cui l’anno finiva e ricominciava, era vissuto come momento magico, che rievocava l’origine dell’universo e dell’uomo, la loro creazione da parte degli dèi. E, nell’onorarlo, si perpetuava la vita, si assicuravano buoni raccolti, il proseguire dei giorni sotto una buona stella.

La festa del Carnevale, così come la conosciamo, discende principalmente dai festeggiamenti del Capodanno.

Già a Babilonia questa celebrazione – che si teneva verso fine febbraio, momento di passaggio tra inverno e primavera – prevedeva un’inversione dei ruoli (oggi affidata al mascherarsi). Agli schiavi era concesso insultare i padroni e concedersi piaceri di ogni sorta per tutta la durata dei festeggiamenti (ben undici giorni).
Il Capodanno babilonese (akîtu) aveva un altro aspetto che molto ha a che spartire con l’odierno Carnevale: per rievocare la creazione del cosmo da parte di Marduk, la statua del dio veniva portata in processione a bordo di una nave (car naval) fino al santuario.
A Roma, invece, si tenevano i Saturnali, che avevano inizio al solstizio d’inverno (21 dicembre) e si concludevano dodici giorni dopo. Anche questa celebrazione prevedeva l’inversione dei ruoli, il mascheramento, gli scherzi, la concessione di libertà incondizionate. Inoltre, era usanza eleggere un “Re della festa”, proprio come oggi è consuetudine fare durante il Carnevale.

Altri popoli antichi avevano usanze che sono confluite nel Carnevale?

Nelle Antesterie, celebrazioni in onore di Dioniso, ad Atene tra fine febbraio e inizio marzo, troviamo ancora una volta il dio, con dei grappoli d’uva tra le mani, a bordo di una nave posta su un carro. Al seguito del corteo, vi erano le devote a Dioniso, chiamate “Baccanti”.

Le Baccanti, oggi potremmo definirle delle squilibrate capaci di ogni nefandezza. Amen che durante le Antesterie disconoscessero il loro ruolo di mogli o figlie – di mio le applaudirei –, ma il loro sfrenato senso di partecipazione alla festa le induceva ad atrocità irripetibili, come dilaniare a morsi i propri figli.

E poi i Baccanali

I rapporti con il mondo ellenico, nel IV secolo a.C. introdussero prima nella Magna Grecia e poi a Roma una versione delle Antesterie, denominata Baccanali.
In questo passaggio, Dioniso divenne Bacco, e non solo le donne indulgevano in riti abominevoli: l’inserimento della componente maschile aumentò il numero e il livello delle perversioni.

Violenze, riti orgiastici, depravazioni di ogni sorta furono la discutibile cifra di queste celebrazioni. Per non farsi riconoscere, le persone che detenevano qualche carica politica importante, o ruolo di prestigio in seno alla società, si presentavano ai Baccanali con una maschera a coprire il volto.
Oggi di questa sorta di pudore pare si sia persa traccia.

E vogliamo dimenticare i Lupercali?

Nell’antica Roma, il 15 febbraio si celebravano i Lupercali,  un rito che vedeva come officianti i luperci, sacerdoti che si riunivano alle falde del colle Palatino per raggiungere in processione la presunta grotta in cui la lupa avrebbe allattato Romolo e il povero Remo. Il tutto alla luce delle fiaccole, dato che un simile rito andava compiuto sotto la protezione delle tenebre.
Capirete subito perché: i luperci, giunti nella grotta, sacrificavano delle indifese capre, le scuoiavano e riducevano il loro manto a piccole strisce, chiamate corregge, che servivano alla purificazione. Dopodiché, denudatisi, correvano per il Palatino flagellando gli astanti, che erano pure contenti.
L’idea di fondo dei Lupercali, anche se difficile da digerire oggi, era quella di portare a compimento un rito purificatorio. In particolare, la flagellazione era volta alle donne sterili, nella speranza che flagellarle le rendesse fertili, ossia degne di vita.

Cosa hanno a che vedere i Lupercali con il Carnevale?

Il tema della purificazione è forse il principale trait d’union di tutte le celebrazioni che hanno condotto all’attuale Carnevale: la sofferenza inflitta per “lavare” le macchie del tempo passato e rigenerarlo in tal modo, il depurare come mezzo per invocare la benevolenza degli dèi e rinnovare il ciclo del tempo.
Non a caso, il mese in cui solitamente cade il Carnevale è febbraio, che deriva da februare, ossia “purificare”.

Un calendario diverso

Va tenuto conto, nel ragionare su questo argomento, di un dettaglio che fa, come dire, quadrare il cerchio: nella Roma appena fondata da Romolo il calendario era suddiviso in dieci mesi, e dopo dicembre arrivava marzo. Solo con il secondo re dell’Urbe, Numa Pompilio, vennero introdotti gennaio e febbraio.
Probabilmente fu allora che le celebrazioni del Carnevale si stabilizzarono tra febbraio e marzo.

La mazzata della Chiesa

Intorno al V secolo, dopo che le tradizioni pagane di cui sopra si perpetravano a dispetto dell’avvento del Cristianesimo, la Chiesa cattolica si sentì in dovere di intervenire e mise all’indice i Saturnali e i Baccanali, celebrazioni poco in sintonia con il credo ufficiale.
Tale divieto, come quasi sempre accade quando qualcosa vien proibito, ebbe il potere di rinfocolare i fermenti legati al Capodanno, trasferendoli però subito dopo la festa di commemorazione della nascita di Cristo, ossia a seguire il 25 dicembre.

Il che spiega l’adagio: “Dopo Natale è subito Carnevale”

Fino a pochi secoli addietro, già il 26 dicembre, per Santo Stefano, in molti Paesi avevano inizio i cortei mascherati tipici dei Saturnali, che ancora permangono come tradizioni per la notte dell’ultimo giorno dell’anno. Così come la festa dell’Asino e la festa dei Folli, che ancora una volta prevedevano rovesciamento di ruoli, burle, depravazioni, e che sono state usanze in voga fino al XVI secolo proprio nei giorni successivi al Natale.

Qualche riflessione per concludere

I Baccanali, a Roma, vennero tollerati solo per poche manciate di decenni, specie nelle loro esternazioni più depravate. E non tanto perché fossero malvisti dai potenti (vi andavano mascherati, ricordate?), quanto perché si trattava di un rito scaturito dal basso, dal popolo. Un rito che si opponeva con una certa arroganza e forza ai riti ufficiali.
In sé conteneva in nuce i semi di una rivoluzione insopportabile, da sedare quanto prima.
Ma, se si possono torturare, o addirittura sopprimere le persone, altrettanto non si può fare con le idee. Il Carnevale, ancor oggi, con i suoi carri allegorici, è denuncia e protesta, non solo divertimento e risate. Quelle, semmai, sono a denti stretti.

Claudia Maschio

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