Carola Rackete e la cultura dello stupro

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Abbiamo letto tutti, con orrore, quello che stanno scrivendo sui social nei confronti di Carola Rackete.

Un elemento ricorrente è quello dello stupro: Carola merita lo stupro, che è una pratica per farti stare zitta, per ricordarti qual è il tuo posto, perché per te donna il sesso è solo questo, una punizione. Carola, tutte noi, non siamo soggetti. Siamo a disposizione degli uomini, e a disposizione perché gli uomini esercitino su di noi il potere dello stupro. Per farci imparare, per educarci, per farci riflettere. Per darci una lezione. Chi augura uno stupro non ci considera esseri umani, ci deumanizza, ci riduce a delle prede.

Lo stupro è un crimine d’odio, perché chi lo pratica – e chi lo invoca – odia le donne. Le considera incapaci di arbitrio, incapaci di scegliere se comandare una nave, se fare sesso perché vogliono fare sesso, di essere libere. Carola è una “sbruffoncella”, va rieducata, riprogrammata. Non funziona, non è concepibile nella cultura dello stupro che una donna faccia una cosa del genere. E l’unico modo per farlo è che un uomo le insegni come si sta al mondo, e cioè in silenzio e a casa propria, e glielo insegni con la violenza.

Lo stupro è parte della nostra cultura. È stata per millenni un’arma di guerra, di scambio economico, di punizione corporale, appunto. Lo stupro non è quasi mai un uomo che ti assale nel vicolo mentre torni a casa alle tre di notte perché ha voglia di farsi una scopata, è molto più spesso un compagno o un conoscente che approfitta di te, che esercita il suo dominio. La chiamo “cultura dello stupro” perché lo stupro virtuale di Carola è la norma. La cultura dello stupro ci dice che dobbiamo avere paura degli uomini, in continuazione. Che lo stupro incombe sulla nostra testa se non ci comportiamo bene. Che il coltello dalla parte del manico ce l’hanno loro. E noi donne possiamo solo fare questo: fare le brave, così non ci succederà niente.

 

Jennifer Courson Guerra

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