Carpe diem: cosa vuol dire davvero il celebre motto oraziano?

Carpe diem è un motto estremamente celebre, da sempre amato.

Ma qual è il suo vero significato? Cosa intendeva dire il celebre poeta latino Orazio con cogli il giorno?

È stato spesso interpretato come un banale invito a godersi la vita. Ma il suo significato è molto più profondo e ha a che fare con la saggezza umana e con la consapevolezza che l’unica gioia che possiamo ricercare è quella del presente, del qui ed ora.

 

Orazio

Orazio (65 a.C.-8 a.C.) è il più grande poeta lirico dell’età augustea. Di famiglia umile, riuscì a compiere la sua scalata sociale fino ad entrare alla corte di Augusto e a diventare il cantore ‘ufficiale’ della romanità.

I Sermones e le Epistulae, rispettivamente poesia giovanile e poesia senile, aprono e chiudono la riflessione oraziana in un orizzonte di saggezza e riflessione. I primi, infatti, affrontano il tema dei vizi da evitare; le seconde propugnano un ideale di vita all’insegna del modus, la misura, unico mezzo attraverso cui si può raggiungere la virtus.

L’angoscia della morte

Ma la produzione lirica, gli epodi e i Carmina ci permettono di conoscere un Orazio diverso, vittima di un’ansia profonda. Un’ansia che deriva dall’atra cura (angoscia nera): la consapevolezza del proprio individuale destino di morte. Orazio vede la morte come una minaccia, un’insidia che si può nascondere ovunque. Dopo la morte, il nulla: non c’è alcuna salvezza, alcuna speranza. La morte è un perpetuus sopor (sonno senza fine).

La percezione del tempo

Il tempo, nei Carmina, viene definito il più delle volte come brevis, o è associato a termini come spatium, che indica metaforicamente lo spazio della vita, oppure rosa, fiore simbolo dell’effimerità della gioventù, della bellezza e della gioia. Il tempo è in continua fuga; l’aetas, che significa «periodo della vita» o per estensione «epoca», è invida (malevola), ferox (crudele). Il dies (giorno) è volucris (alato) e damnosa (maligno).

Il presente: carpe diem

Orazio cerca un rimedio a questa angoscia che lo divora.

La soluzione consiste nel delineare uno spazio definito, un perimetro di sicurezza, da opporre al futuro, che è inconoscibile e incute timore. E questo spazio di sicurezza è il presente, il dies, l’hora. Cogliere il momento presente non elimina lo scorrere del tempo, ma può farcelo dimenticare.

Gli amici, il vino, il vento fresco estivo, il caminetto caldo d’inverno, il banchetto, il canto, l’amore: sono questi i piaceri che permettono di godere del presente. Ma, per poterne assaporare tutto il beneficio bisogna mettere da parte il pensiero del futuro e limitare il nostro orizzonte temporale al presente. In questo consiste il vero significato del carpe diem oraziano.

Spesso questo motto è stato inteso come un banale invito a godersi la vita. È, invece, un ammonimento a saper affrontare gli eventi della vita, che via via ci si presentano, facendo affidamento solo sul presente, cercando di coglierlo nella sua fugacità.

La vita è profondamente precaria, bisogna, quindi, autolimitare le proprie speranze e illusioni, cercando di trovare e strappare via ad ogni giorno, ad ogni istante, anche la minima gioia.

 

La poesia

L’Ode 1,11 di Orazio è una delle più celebri di Orazio, grazie al motto carpe diem.

Tu non chiedere, non è lecito saperlo, quale fine a me e quale a te,

gli dei abbiano assegnato, Leuconoe, e non tentare i numeri babilonesi.

Quanto meglio sopportare quello che sarà, comunque sia!

 Sia che Giove abbia attribuito a te molti inverni o questo ultimo

che ora stanca il mar Tirreno sulle opposte sponde,

ascolta le mie parole, filtra il vino, e, dal momento che la vita è breve,

recidi la lunga speranza. Mentre parliamo sarà già fuggito il tempo invidioso:

 cogli il giorno, affidandoti al futuro il meno possibile.

 

Questa poesia si svolge in un clima colloquiale, e si intuisce che tra Orazio e la giovane Leuconoe c’è una vicinanza amorosa.  Orazio esorta la ragazza a non cercare di conoscere il futuro tramite i calcoli astrologici. I numeri babilonesi, infatti, indicherebbero i calcoli astrologici, visto che l’astrologia nasce in Babilonia, per poi arrivare in Egitto, in Grecia e infine a Roma. È un invito a non cercare di conoscere l’inconoscibile, il futuro, quello che ancora non è.

Qualunque cosa avverrà, Leuconoe dovrà cercare di sopportarla al meglio: sia che le sia dato di vivere molti anni, sia che questo sia l’ultimo. Bisogna fare tesoro di ogni momento.

L’immagine del mare in tempesta indica le difficoltà della vita che ci colpiscono. Il movimento delle onde che corrodono gli scogli ricorda il processo di erosione che il tempo effettua su di noi.

Leuconoe deve essere saggia, ascoltare le parole di Orazio. La saggezza a cui si fa riferimento consiste nell’essere consapevoli che non ci è dato sapere tutto. La vera sapientia è accettare di non sapere. Il futuro è infatti inconoscibile per gli uomini, ed è inutile, non è lecito cercare di superare questo limite.

La vita è breve, e bisogna godere dei piaceri semplici e sinceri che ci offre, come il vino. La vita è talmente breve che mentre Orazio e Leuconoe stanno parlando, il presente è già passato. Il tempo invidioso, che porta via tutto, non risparmia nessuno nella sua folle corsa.

L’invito finale, carpe diem, può esser tradotto con cogli il giorno, cogli l’attimo, godi del tempo presente. Non bisogna far affidamento su un futuro inconoscibile, su una gioia futura. Tutto ciò di cui possiamo godere è solamente qui ed ora.  È significativo che Orazio usi il verbo latino carpo, che appartiene al lessico agricolo e viene usato per indicare l’atto del cogliere un frutto o un fiore.

Saper vivere, per Orazio, significa essere consapevoli dei limiti della nostra natura umana ed essere in grado di allungare la mano per cogliere, strappare via dalla fuga del tempo, il bel fiore, il bel frutto, che possiamo trovare nel momento presente della nostra esistenza.
Carpe diem: vivi, qui ed ora!

 

Giulia Tommasi

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