La donna è la nemica principale di se stessa: il caso di Melito

A Melito, in provincia di Reggio Calabria si è consumato l’ennesimo atto di violenza ai danni di una bambina, che per tre anni è stata violentata da un branco di ragazzi, tra l’omertà della gente del paese e della sua stessa famiglia.

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Fonte: lastampa.it

E’ successo a Melito, in provincia di Reggio Calabria. Una bambina, perchè di una bambina si sta parlando, è stata stuprata per tre anni, dai 13 ai 16 anni, da un branco di ragazzi del suo paese, tra l’indifferenza della gente.

Oggi, il caso è saltato agli onori della cronaca, a seguito di una fiaccolata organizzata a Melito, a cui hanno partecipato poco più di 100 persone, perlopiù provenienti da altri paesi, a sostegno della causa di questa bambina.

Chiara o Maddalena, molti sono i nomi di fantasia che si rincorrono negli articoli delle varie testate che riportano la vicenda, ha subito abusi per ben tre anni da un gruppo di  8 ragazzi, alcuni dei quali imparentati con poliziotti e marescialli e uno facente parte di una famiglia di ‘ndrangheta del territorio.

Le violenze sono venute fuori grazie ad un tema scritto dalla ragazza a scuola, in cui lei sfogava tutte le violenze subite e in cui mostrava un enorme sofferenza sul fatto che i genitori non si fossero mai accorti di nulla. Solamente quando la brutta copia del tema è arrivata nelle mani della madre della ragazza, che i genitori hanno scoperto tutto ma hanno taciuto.

Così come ha taciuto la gente del paese per molto tempo. Questo fino alla fiaccolata organizzata dall’associazione Libera, che da anni si occupa della lotta alle mafie e dei diritti delle persone coinvolte. Lo stupro, la violenza si è ripetuta nuovamente a quest’evento, che non solo ha visto la partecipazione di poco più  di un centinaio di persone, ma ha visto le parole di esponenti delle istituzioni, ferire, ancora una volta, come coltelli l’animo della ragazza, e della società tutta.

A partire dai parroci del paese che hanno parlato di “prostituzione diffusa” in quelle zone e solidarietà “anche per i ragazzi coinvolti”, o ancora nel sindaco che è salito sul palco e ha esternato come il paese abbia subito un’offesa da parte dei giornalisti locali che hanno fatto illazioni circa la vicenda che ha coinvolto questi ragazzi.

Ancora la cultura del maschio, unita alla cultura dell’omertà che si palesano nelle parole e nelle azioni non solo della gente calabra, ma degli italiani tutti, ma non solo degli italiani ma anche delle istituzioni, in questo caso nelle figure del clero e del Comune.

Un invito, nelle parole di questa gente, a perpetrare questa cultura del silenzio, questa cultura dell’attacco facile, del pregiudizio, la cultura della paura, la cultura della difesa del maschio.

In questa faccenda, non nuova all’opinione pubblica, vincono gli aguzzini, coloro che hanno violentato una ragazza che ha in questo caso la colpa di aver parlato. Sì, perchè la colpa è solamente la sua e di nessun altro.

Avrebbe dovuto continuare a tacere, perchè così è giusto. Ma dove è scritto? Questo giusto non è menzionato in nessuno scritto, questo giusto fa parte invece di una cultura radicata, concreta, presente nel territorio italiano da sempre. Una cultura che non è scritta, ma la cui forza è esponenzialmente più grande di una cultura scritta, fatta di atti, di leggi che dovrebbero tutelare l’essere umano.

Una donna, una bambina, una ragazza che viene violata ripetutamente, per anni, non ha scampo. Non solo dalle mani dei suoi aguzzini, ma anche da quelle della società. La sua colpa è di essere nata donna, e tale, portatrice di uno stigma, un marchio che è rappresentato dalla sua colpa.

La cosa triste, avvilente e che fa davvero male è che la stessa madre ha taciuto. Ha dimostrato un distaccamento dalla vita della figlia. Dal tema della ragazza è emerso che nel periodo in cui si sono svolti i fatti, i genitori si stavano separando e non si sono accorti di nulla. Emerge anche la sofferenza e la domanda della ragazza, rimasta senza risposta, su come sua madre non abbia colto nessun segnale da parte sua, che pur mantenendo tutto nel più stretto riserbo, soffriva atrocemente.

La donna, la donna è la nemica principale di se stessa. Finora, coloro che hanno dedicato parole alla vicenda sono stati uomini, ma le donne? le donne del paese, la madre in primis, perchè ha taciuto? Perchè non ha aiutato sua figlia?

Perchè tra i ragazzi c’era un figlio di un boss della ‘ndrangheta e poi bisognava solamente lasciare il paese. Ecco l’omertà, ecco la paura di mostrarsi, di dire la verità, di far valere la verità.

Ecco che in questo caso, la donna, che è colei che empatizza con l’altra sua simile, colei che può sapere cosa si può provare nell’essere una donna, che diventa la principale nemica di se stessa. Si tira indietro, volta le spalle e il cuore dall’altra parte. Questo è un ulteriore stupro, un ulteriore violenza per la donna mentre è un ulteriore rinforzo per quella cultura omertosa così radicata nel nostro Paese.

La donna che agisce in questo modo, dimostra che questa cultura è giusta, educa indirettamente i suoi figli, maschi e femmine che siano, a questo tipo di cultura. Ella non fa altro che rinforzare l’assunto del “così è, così si è sempre fatto”. Il maggior cancro della società in cui viviamo.

Lo scoprirsi, il farsi portatori di verità, non può non partire dalle donne prima ancora che dagli uomini. Solo la donna conosce la sofferenza che si prova nella società odierna, sia fisica che psicologica.

Solo la donna, in quanto tale può aiutare l’altra, ma se non lo fa, condanna se stessa ad una violenza perenne e reiterata, senza altra via di scampo.

Solo la donna può difendere se stessa, perchè nessun altro lo farà per lei.

Laura Maiellaro

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