Caso Khachaturyan: la Russia non protegge le donne abusate in casa

Uccidono il padre aguzzino, ma alle sorelle Khachaturyan ora è negata la legittima difesa. In Russia la violenza domestica continua a non essere reato.

La terribile vicenda delle sorelle Khachaturyan ha avuto inizio nel 2018, quando stremate per le continue violenze del padre decidono di ucciderlo. La battaglia legale per scagionarle dalle accuse di omicidio sembrava finalmente aver segnato una vittoria. A gennaio 2020 il procuratore generale aveva riconosciuto la legittima difesa. Tuttavia il 13 maggio, il comitato investigativo ha rifiutato tale decisione, continuando le indagini per confermare l’accusa originale di omicidio premeditato. 




Il caso Khachaturyan

La sera del 27 luglio 2018, Mikhail Khachaturyan 57 anni, viene trovato morto sulle scale condominiali che portano al suo appartamento. Sul corpo ferite da taglio multiple al collo e al petto. Subito Krestina, Angelina e Maria, figlie della vittima vengono arrestate. Le ricostruzioni rivelano che prima della morte, Mikhail avrebbe intossicato le figlie con uno spray al peperoncino direttamente in viso, causando alla maggiore una crisi asmatica. Temendo per la propria vita le sorelle minori avrebbero deciso di ucciderlo. Aspettano che il padre si addormenti per aggredirlo con coltello e martello e infine con lo stesso spray urticante. Un Mikhail ferito comincia l’inseguimento delle ragazze lungo le scale finché Angelina non riesce a pugnalarlo al cuore causandone la morte. Dopodiché si feriscono con lo stesso coltello per avvalorare la legittima difesa dall’ennesimo abuso del padre.

Retroscena familiari

Le indagini coinvolgono presto altri membri della famiglia. La madre della ragazze, anch’essa vittima di violenza da parte del marito e cacciata di casa, svela informazioni importanti. Abuso di farmaci, droga, possesso di armi da guerra, ritrovate nell’auto, e legami con la criminalità organizzata, formano un quadro chiaro della vittima. Ma non è tutto. Dagli interrogatori emergono anche divieti alle figlie di uscire di casa, schiavitù domestica e violenze sessuali. Una situazione estrema, tanto da aver spinto al suicidio una di loro, in seguito salvata dai medici convinti da Mikhail a non sporgere denuncia. Nonostante le testimonianze, le perizie mediche e psicologiche confermino la versione delle ragazze, emerge un elemento a loro sfavore. Le telecamere di sorveglianza in tutta la casa riportano la ferocia dell’attacco patricida. È riconosciuta la condotta immorale del genitore, ma il 14 gennaio 2019 arriva l’accusa di omicidio premeditato che prevede dagli 8 ai 20 anni di reclusione.

Il rischio del limbo legale

Il caso fa scalpore, rimbalzando dalla Russi a in tutto il mondo. Si creano petizioni chiedendo di sospendere le indagini. Alcuni tra i 115 mila firmatari si riversano nelle piazze di Mosca per ottenere giustizia per le sorelle, ma anche tutela per le vittime di violenza domestica. Nel frattempo la difesa ottiene l’arresto domicialiare e di nuovo ci si appella al riconoscimento della legittima difesa. La risposta arrivata dopo un anno è in favore delle sorelle. Tuttavia questo passo avanti non riconosciuto dalle autorità investigative spezza le speranze di libertà delle sorelle Khachaturyan. Il loro avvocato teme infatti uno stallo legale, mentre le sue clienti continuano ad essere separate ai domiciliari senza possibilità di comunicazione.

Se non c’è lesione non c’è reato

La storia delle sorelle Khachaturyan non è che una tra le tante tragedie in un paese in cui la violenza domestica è stata depenalizzata nel gennaio del 2017. In Russia con l’emendamento dell’art. 116 le violenze subite nell’ambiente famigliare non sono considerati reati penali, a meno che non provochino lesioni o danni gravi come un osso rotto. Un trattamento simile vale anche per lo stupro coniugale, per il quale la vittima stessa deve essere in grado di raccogliere le prove prima della denuncia. Insomma ciò che succede tra le mura domestiche non è affare dello stato. Le donne che riescono a sfuggire dall’incubo si rifugiano presso associazioni o si rivolgono direttamente alla Corte Europea dei diritti dell’uomo.  Nel frattempo il loro paese sancisce per costituzione la parità tra i sessi, ma non si impegna ad abolire il paradigma ancora così diffuso e accettato del dominio dell’uomo sulla donna nel contesto familiare.

Anna Barale

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