Caso Suarez: lo scandalo dell’uruguaiano non è il primo in Serie A

Durante l’ultima settimana, il caso Suarez ha fatto discutere l’Italia intera. Si è parlato dell’esame “farsa” di Perugia e si è fantasticato su un possibile coinvolgimento diretto della Juventus. Non sono mancate le invettive sui social contro i bianconeri e l’uruguaiano, preso di mira da schiere di indignati. Una protesta giusta ma, ancora una volta, sfociata in offese e commenti decisamente fuori luogo. Quanto successo deve, senza dubbio, accendere il dibattito sui limiti e le problematiche del nostro paese, ma l’eccessivo accanimento e le invettive contro Suarez e la Juve sono altrettanto discutibili.

Inoltre, è giusto ricordare che non è la prima volta che succede una cosa del genere. A pochi torna alla memoria il caso Álvaro Recoba, bomber nerazzurro al centro di un incredibile scandalo passato alla storia come Passaportopoli. E stavolta, ad orchestrare il tutto fu l’Inter di Moratti e Oriali. Per non parlare di Dida, storico portiere del Milan finito sotto inchiesta nel 2000 per essere stato in possesso di un passaporto falso. Dunque, se episodi del genere sono già accaduti nell’ultimo ventennio, perché non si è fatto nulla per evitarne di nuovi? E soprattutto, perché fa clamore solo quando si parla di Juve?

I motivi dietro il caso Suarez

A cosa sarebbe davvero servito il passaporto comunitario di Suarez? Ebbene, il bomber finito nel mirino della Juve non avrebbe trovato spazio negli slot per extracomunitari dei bianconeri. McKennie e Arthur, infatti, occupano gli unici due disponibili per la squadra di Pirlo durante questa stagione. L’unico modo per vedere il pistolero a Torino, dunque, sarebbe stato il passaporto comunitario.

Ma come funziona esattamente la regola? Ebbene, se una società ha da 0 a 1 tesserati extra-UE, può prenderne fino a 3 senza limiti. Chi ne ha due, invece, può comprarne altri 2 a patto che 1 venga venduto. Infine, una società con più di due extracomunitari può prenderne 3 vendendone uno ed il terzo dovrebbe rispettare il vincolo sulle nazionali. Questa norma prevede che un giocatore abbia disputato almeno 5 partite in nazionali, 2 delle quali nell’ultimo anno.

La triade Recoba, Oriali e Moratti

Il 1997 fu l’anno in cui all’Inter arrivarono Ronaldo Nazário de Lima e Álvaro Recoba. L’uruguaiano, però, dopo una prima stagione da rivelazione, arricchita dalla vittoria della Coppa UEFA, andò in prestito al Venezia nel gennaio 1999 fino a fine anno. Ritornato a Milano per il campionato 1999/2000, il Chino esplose diventando un perno della formazione nerazzurra. Peccato che la regola 40, comma settimo, delle Norme organizzative interne (NOIF) della FIGC prevedesse che ogni squadra schierasse un massimo di 5 giocatori con passaporto extracomunitario e Recoba fosse il sesto. Ad occupare gli slot, infatti, c’erano già Ronaldo Fenomeno, MutuCórdoba, ŠimićJugović.

Nessun problema per i nerazzurri che, già all’arrivo dell’uruguaiano avevano disperatamente ricercato un suo antenato spagnolo per il passaporto comunitario. Secondo le ricostruzioni e le deposizioni degli interessati, Gabriele Oriali pagò circa ottantamila euro per il tanto agognato documento. Ma chi fece il lavoro sporco mentre il buon Moratti si godeva il talento sudamericano? Ebbene, a questo punto è giusto aprire una parentesi su Barend Krausz Van Praag.

Il misterioso faccendiere

Il famoso e rispettato procuratore è conosciuto per aver portato Baggio alla Fiorentina in collaborazione con Antonio Caliendo, agente del giocatore. Vicino all’allora direttore sportivo della Roma, Franco Baldini, Van Praag era anche un rinomato esperto del calcio sudamericano. Tuttavia, il misterioso personaggio passò alla storia per la questione Recoba. A quanto pare, fu lui a consegnare il passaporto comunitario alla dirigenza nerazzurra dietro lauto compenso.




Ma come ha fatto l’Inter a tirarsi fuori da questa situazione? Incredibile ma vero, Oriali, proprio come Baldini, si dichiarò totalmente all’oscuro degli illeciti commessi da Van Praag. L’apparente “ingenuità” del dirigente nerazzurro riuscì a sviare ogni sospetto sulla società che scampò allo spettro della retrocessione e di un processo mediatico. Semplice no?

L’Inter al centro dell’inchiesta

Il 14 settembre 2000, due giocatori dell’Udinese vennero fermati alla frontiera polacca durante una trasferta di Coppa UEFA. Si tratta dell’attaccante Warley Silva dos Santos e del centrocampista Alberto Valentim. Gli agenti di dogana trovarono i due brasiliani con dei passaporti contraffatti alla dogana. Fu l’inizio del ciclone. In brevissimo tempo, insieme all’Udinese finirono sotto inchiesta anche Milan, Roma, Lazio, Sampdoria, Vicenza e, indovinate un po’, l’Inter. Il 30 gennaio 2001, durante un’ispezione disposta dal pm di Udine, Paolo Alessio Vernì, presso l’abitazione di Recoba a Milano, si scoprì che anche il passaporto dell’uruguaiano era contraffatto.

La società nerazzurra prese immediatamente le distanze dall’accaduto, dando piena fiducia alla “buona fede” del giocatore che, dal canto suo, dichiarò agli inquirenti di aver ricevuto il documento direttamente da Oriali nel 1999 e di essere estraneo alla vicenda. Ma c’era qualcosa che non quadrava. Il passaporto, infatti, era stato rilasciato l’anno prima, il 9 novembre 1999 e Recoba risultava residente a Roma. Inoltre, secondo la Procura di Udine, a sette mesi dal rilascio del documento, l’Inter si sarebbe mossa per cercare disperatamente un antenato del giocatore in Spagna. Ma per quale motivo?

L’Epilogo del caso

I nerazzurri corsero ai ripari temendo la squalifica dalle coppe europee o perfino la retrocessione in Serie B. Moratti, proprio come Galliani (indagato per il caso analogo del portiere brasiliano Dida), riuscì a far prolungare il processo fino al 3 maggio 2001. In quel giorno, infatti, cambiò la norma sul tesseramento dei giocatori extracomunitari e venne stabilito che il processo sarebbe stato al termine delle 6 giornate mancanti. L’Inter dovette pagare un’ammenda di 2 miliardi di lire (circa 1.032.914 euro), mentre Recoba e Oriali subirono una squalifica di un anno. Solo che, a differenza del caso Suarez, l’opinione pubblica non sembrò eccessivamente urtata.

Il 25 maggio 2006, anno dello storico mondiale vinto dagli Azzurri di Lippi, la giustizia confermò le sanzioni. Il dirigente ed il giocatore nerazzurri patteggiarono e furono condannati a 6 mesi di reclusione. La pena, però, venne commutata in 25.400 euro di multa. L’Inter, dal canto suo, ne uscì “pulita” e riuscì ad evitare di finire al centro della polemica. Ma come mai non ci fu mai un accanimento contro la società nerazzurra simile a quello subito dalla Juve per il caso Suarez?

Anche il Milan ha il suo “Caso Suarez”

Parlare di Dida ad un tifoso milanista corrisponde a risvegliare un’insieme di ricordi, dalle magiche notti europee al campionato vinto nella stagione 2003/2004. Il portiere brasiliano, arrivato alla corte di Silvio Berlusconi e Adriano Galliani nel 1999 e protagonista sul campo dal 2002. Dida, però, fu tra i giocatori coinvolti nello scandalo Passaportopoli a causa di un passaporto portoghese falso. Secondo quanto emerso dall’indagine, fu un agente FIFA di nome Edinho a consegnare il documento all’agente del giocatore.

A differenza dell’Inter, però, la società rossonera aveva tesserato il portiere come extracomunitario sia in campionato sia nella lista UEFA. Il Milan ebbe la fortuna che il reato di falsificazione del passaporto fosse antecedente alla legge Bossi-Fini del 2002 sull’immigrazione. Per questo, il portiere ricevette una condanna a 7 mesi di carcere, poi non scontate per la condizionale, anziché pene più dure quali l’espulsione dal paese e il divieto di rientrarci.

Se è giusto discutere e condannare il caso Suarez, è altrettanto doveroso non dimenticare il passato e, almeno stavolta, cercare di fare ammenda per il futuro.

Alessandro Gargiulo

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