Caso Weinstein, ovvero la società dove le vittime diventano colpevoli

A seguito delle accuse al noto produttore di Hollywood, l'opinione pubblica si divide.

Se alcuni noti personaggi americani hanno esaltato il coraggio delle donne che hanno parlato e denunciato le violenze, ci sono ancora molti che colpevolizzano le vittime.

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Da pochi giorni il produttore di Hollywood Harvey Weinstein, sconosciuto a tutti coloro che non si intendono di cinema, è sulla bocca di tutti. Fino a pochi giorni fa era conosciuto come uno dei produttori dotati di maggior fiuto per gli affari, oggi è accusato di molestie sessuali.

Harvey Weinstein

Le accuse a carico di Weinstein sono più di trenta, e la prima ha avuto luogo nel 1984: coinvolgono donne e giovani donne, da attrici di fama mondiale – Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie – ad assistenti. Richieste di massaggi, tentativi di baci o inviti nella vasca da bagno, fino ad arrivare all’accusa più grave, quella di stupro.

Questo ha spaccato nettamente in due fazioni l’opinione pubblica, dove una parte si scaglia con forza contro le molestie e il fatto che siano state taciute per tutti questi anni, mentre l’altra in qualche modo ipotizza una responsabilità delle vittime.

Oprah Winfrey si è espressa con un post su Facebook in cui definisce Weinstein un predatore, rimandando a un articolo dell’Hollywood Reporter in cui James Schamus accusa il produttore di una vera e propria “Fabbrica dell’abuso”.

Ancora, Jason Winston George, conosciuto per il suo ruolo in “Grey’s Anatomy”, ha postato un video su Instagram in cui ricorda ai suoi followers che la violenza sessuale, sia questa nei Campus o a Hollywood, deve finire, e come questo dipenda (anche) da noi. Su una cosa, tanto Oprah quando Jason W. George sono d’accordo: le donne che hanno finalmente parlato sono state coraggiose.

Ma. Queste sono alcune delle voci che si sono espresse a proposito dell’accaduto. Nominiamone un’altra: Donna Karan è una stilista americana, e si è schierata dalla parte di Weinstein, dichiarando di conoscere molto bene tanto il produttore quanto sua moglie (moglie che, in seguito alle accuse, lo ha lasciato), e che bisogna considerare anche l’abbigliamento della vittima. Anche se forse, stando al ragionamento di Karan, vittima non è il termine più appropriato.

Abiti di Donna Karan in passerella.

Dopo tutta la propaganda fatta per sensibilizzare la gente, per spiegare che i vestiti non suggeriscono proprio un bel niente, una stilista dichiara che “Forse ci dovremmo chiedere se il modo in cui ci si veste non suggerisca che è quello che vogliamo.”

Insomma, abbiamo un uomo in una situazione di potere che viene accusato di aver stuprato delle ragazze, di più: di avere sistematicamente usato la molestia e la violenza sessuale come mezzo di comunicazione tra la produzione e le attrici, e il passo successivo è che queste ragazze non sono più vittime, ma sono in qualche modo colpevoli a loro volta, o forse più colpevoli del presunto colpevole. Se la sono cercata, hanno suggerito che fosse effettivamente il sesso, quello che volevano. Hanno, in seguito a quell’abuso, ottenuto dei notevoli vantaggi.

Quando siamo diventati la società che non protegge le vittime, ma che le colpevolizza? In che modo una donna che dichiara di avere subito una violenza sessuale deve subire un processo alle intenzioni e le voci come quella di Oprah e George, che ne esaltano il coraggio, non sono l’opinione pubblica ma singoli esempi? Il passo successivo sarà quello di tornare al Cinquecento, quando a seguito di una presunta violenza sessuale la vittima diventava consenziente se – nonostante il no – aveva provato piacere a sua volta?

Elena Ciavarella

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