Roma 5 settembre 1960: il 18enne Cassius Clay vince la medaglia d’oro

Le Olimpiadi che hanno cambiato il mondo contribuendo a definire la leggenda di un pugile, Cassius Clay

Il pugile ribelle del Kentucky che si prese per sempre il centro del ring e del Novecento sportivo.

Cassius Clay, il più grande
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A soli 18 anni, in una notte del 5 settembre 1960, davanti ad un pubblico di 15mila spettatori inizia la leggenda del pugile Cassius Clay.

A far l’America più grande mi sono impegnato/Perciò il russo prima, poi il polacco ho liquidato”. Questo l’inizio dell’indimenticabile filastrocca composta da Cassius Clay, dopo la vittoria del titolo olimpico nei mediomassimi ai Giochi di Roma del 1960.

Però, nonostante la stampa lo avesse definito “ambasciatore ufficioso dello zio Sam”, tornato negli States, si vide negare l’accesso in un locale a causa del colore della sua pelle. Per tale motivo, la medaglia d’oro finì nelle acque dell’Ohio. Se non mi servi nemmeno ad entrare in un bar, sei inutile”, disse. Una copia della medaglia gli sarebbe stata riconsegnata ad Atlanta nel ’96, quando, già segnato dal Parkinson, accenderà il braciere olimpico commuovendo il mondo intero.

La vita di un campione

Cassius Marcellus Clay non è sicuramente nato nella terra delle opportunità. Ma quella stessa terra, la terra degli schiavi, la terra dove avere la pelle scura significava essere inferiori, essere nulla, ha forgiato il personaggio di Cassius Marcellus Clay, fino a farlo diventare Muhammad Ali.
Cassius si rifiutò fin da subito di accettare che il colore della sua pelle potesse segnare il suo destino, come lo era stato per suo padre e per tante generazioni prima di lui.

“Papà era uno degli uomini più dotati che abbia mai conosciuto”, ricordò molto tempo dopo aver cambiato il suo nome in Muhammad Ali. “Era un attore naturale ed un cantante. Era conosciuto come il ballerino più alla moda di Louisville. Ho sempre pensato che, se fosse cresciuto dove i neri avevano libertà e opportunità, la vita sarebbe stata diversa per lui. “

L’amore per la box nacque per caso, o forse era già scritto nel suo destino. Il furto della sua bici, comprata all’eta di 12 anni, segnò inesorabilmente la sua carriera. Recatosi in una stazione di polizia per informarli della sua perdita, disse a un ufficiale che voleva che il colpevole fosse catturato in modo che potesse “provocarlo”. A quelle parole il poliziotto, Joe Martin, consigliò a Cassius Clay di andare con lui nella palestra locale, così da potere imparare a combattere qualora avesse avuto l’opportunità di vendicarsi. In quella palestra Cassius Clay imparò a boxare. Così Joe Martin è diventato il suo primo allenatore ed ha contribuito a lanciare la sua fenomenale carriera. Cassius Clay, diventato Muhammad Ali dopo la conversione all’Islam, grazie al suo temperamento e alla sua tenacia, non si è mai lasciato mettere in un angolo da nessuno né dalle ingiustizie razziali del mondo. Infatti, Muhammad Alì si presenta come l’uomo che combatte contro la segregazione razziale, che ha partecipato ai cortei delle Pantere Nere, che è stato picchiato da poliziotti bianchi, che si è rifiutato di partire per la guerra del Vietnam, dicendo: “non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro”, e per questo è stato arrestato, gli è stato tolto il titolo di campione e gli è stato impedito di combattere.
Ma Muhammad Ali non è stato solo un grande pugile, si è sempre impegnato in prima persona in numerose opere di beneficenza. In Iraq è stato candidato nel 2007 come premio Nobel per la pace per il sostegno offerto ai bambini leucemici. Diritti umani, campagne umanitarie, iniziative in collaborazione con le Nazioni Unite e sempre lo stesso rifiuto della guerra.

“I campioni – come recita il suo aforisma – non si costruiscono in palestra ma da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno, una visione”.

Dunque, nella sua vita da pugile e nella sua vita privata non si è mai nascosto dietro niente e nessuno. Muhammad Ali ha sempre gridato in faccia ai suoi avversari ed al mondo quello che era: il più grande.
Così, nel lontano 1960, quel pugile ribelle del Kentucky si prese per sempre il centro del ring e del Novecento sportivo.

Maria Di Naro

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