Lavoretti 2.0: il sistema indegno di Foodora

Fonte: snapitaly.it
0

Il cibo a domicilio è una moda che si sta affermando sempre di più nelle grandi città. Foodora, una delle tante app del “take away digitale”, è approdata in Italia nel 2015, proponendo un servizio che risulta comodo e funzionale sia per chi, indaffarato in ufficio, si ritroverebbe altrimenti a saltare il pasto, e sia per chi vuole semplicemente gustare piatti di ristoranti specifici, che non ha la possibilità (o la voglia) di raggiungere. Dunque, l’idea è indiscutibilmente vincente.

Foodora
Fonte: ilpost.it

Al contrario, ci sarebbe parecchio da dire sulla logica del lavoro di queste piattaforme di consegne a domicilio: i giovani delle consegne, costantemente geolocalizzati, pedalano per ore, più forte che possono, per riuscire a concludere le consegne nei tempi stabiliti, spesso senza neppure considerare i semafori rossi, rischiando di farsi seriamente male, per usare un eufemismo. Il tutto per ricevere l’idegna paga di appena 2,50 euro a consegna.

Quasi nessuno, trovandosi tra le mani il piatto del loro ristorante preferito senza aver fatto il minimo sforzo, se non andare ad aprire la porta di casa, ci pensa. La critica però non va a loro, ma alla Startup, per la quale, nonostante sia costantemente in crescita, le retribuzioni rimangono sempre l’ultimo pensiero.

È naturale che questo enorme squilibrio tra la crescita del giro di affari di Foodora e le misere paghe dei rider, generi tensioni. Per questo nel 2016, i “fattorini in bici” hanno organizzato a Torino il primo sciopero di questo genere, diffusosi poi anche a Milano e a Londra per quanto riguarda Deliveroo. Dopo le proteste, sei rider in particolare furono improvvisamente licenziati, ed hanno pertanto deciso di muovere una battaglia legale contro la società tedesca, portando avanti i tre punti imprescindibili: l’interruzione ingiustificata del lavoro e migliori trattamenti economici e normativi. I colleghi hanno dimostrato piena solidarietà, affollando l’aula in cui ieri si è svolto il processo, che non è andato però a buon fine.

Il Tribunale del lavoro di Torino ha infatti respinto il ricorso dei sei ragazzi, affermando che i fattorini di Foodora “sono lavoratori autonomi, non dipendenti” e che quindi il ricorso non sussiste. Una giustizia mancata che ha generato un enorme silenzio in aula.




L’unico a parlare è stato il difensore dei ragazzi, l’avvocato Sergio Bonetto:

“Purtroppo oggi non è stata fatta giustizia, questo è il nostro Paese. Quello che colpisce di più è che un’azienda può mandare chiunque a lasciare pacchi senza alcuna tutela“.

A cui si è aggiunta la voce della collega Giulia Druetta:

Forse per cambiare le cose deve scapparci il morto. Sicuramente faremo appello. Questi contratti tolgono dignità ai lavoratori. E’ come se tutte le battaglie combattute negli ultimi ottant’anni non contassero più nulla”.

La possibilità di lavoro offerta da Foodora fa parte della cosiddetta “gig economy”, l’economia dei lavoretti del tempo libero. La sentenza dei giudici torinesi è molto, molto discutibile: i giovani, che svolgono questi lavoretti a cottimo per arrotondare, sono sottoposti senza dubbio a un rapporto di lavoro subordinato, e tutto sono meno che collaboratori autonomi. 

Roberta Rosaci

Leave A Reply

Your email address will not be published.

Continuando a navigare sul sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. More Info

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi