La pandemia dimostra: il centro di gravità permanente sono gli affetti

“Cerco un centro di gravità permanente / che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente…”

Era il 1981 quando la nuova canzone di Franco Battiato – uscita nell’album La voce del padrone – dominava le radio italiane. Il ritornello, che quasi tutti avremo canticchiato a memoria nella nostra vita, fa parte di una canzone costituita secondo la modalità dell'”elenco”, dove l’autore ci presenta una serie di situazioni paradossali e immaginarie che suppone di vivere in prima persona (una vecchia bretonefurbi contrabbandieri macedoni…).

Ecco, tra tutte queste situazioni, si staglia il “centro di gravità permanente”, che non è un luogo fisico, ma uno stato di coscienza del proprio Essere, che osserva il mondo esterno senza lasciarsi condizionare dalla contingenza di paura, ansia e stress e dal nostro apparato psico-fisico in generale. Esso deriva dal pensiero del filosofo greco-armeno vissuto tra ‘800 e ‘900, Georges Ivanovic Gurdjieff, di cui Battiato era un seguace. Infatti, il mondo è letto dal nostro Io in modo sempre diverso, per via della schiavitù che ci impongono di volta in volta le emozioni.

Solo una volta raggiunto questo centro di gravità, l’osservazione del mondo esterno è in perfetto equilibrio con le nostre idee e non si è più vittima delle idee degli altri.



Proprio durante la pandemia molti di noi potrebbero aver trovato – o riscoperto – il proprio centro di gravità nelle persone care

Da ormai un paio di mesi, siamo reduci da una delle esperienze più singolari del nostro secolo, un periodo di quarantena forzata nelle proprie case, durante il quale sono affiorate le domande esistenziali che prima non trovavano mai spazio, alcune di queste potrebbero essere: Sono felice del lavoro che facevo? Se dovessi perderlo, cosa farò? Dedicavo abbastanza tempo ai miei cari?

Sì, perché durante la quarantena c’è stata la riscoperta degli affetti, delle persone a noi care, le uniche che potevano riempire le nostre giornate, svuotate dalle mattine a scuola o in università, oppure a lavoro. Riscoperta condotta sia attraverso la convivenza forzata, per chi è stato costretto a vivere con i proprio genitori o partner più del tempo che si era prospettato, sia attraverso chiamate e videochiamate, con gli amici stretti, di cui abbiamo scoperto non potere fare a meno.

Ora, a posteriori, possiamo chiederci: senza le persone a noi care, come avremmo affrontato quel periodo di solitudine? Con chi avremmo condiviso la paura e l’ansia per il futuro, che diveniva – e si sta dimostrando – sempre più incerto? Come Battiato, ci siamo ritrovati a vivere circostanze singolari, paradossali, in balia delle nostre emozioni, che però sono state arginate da ciò che in tanto svanire è rimasto permanente, ovvero gli affetti.

Francesca Santoro

 

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