Ecco che succede nel nostro cervello quando vogliamo dimenticare qualcosa

Un nuovo studio mostra come, apparentemente, due regioni cerebrali svolgono un ruolo fondamentale nel dimenticare. I ricercatori della Ruhr-Universitat Bochum e dell’Ospedale universitario di Gießen e Marburg, in collaborazione con colleghi di Bonn, Paesi Bassi e Regno Unito, hanno analizzato cosa succede nel cervello quando le persone vogliono dimenticare volontariamente qualcosa. Essi hanno identificato due aree del cervello, la corteccia prefrontale e l’ippocampo, i cui modelli di attività sono caratteristici del processo di oblio.

Il team guidato da Carina Oehrn e dal professor Nikolai Axmacher ha misurato l’attività cerebrale nei pazienti affetti da epilessia che avevano impiantato elettrodi nel cervello ai fini della pianificazione chirurgica.

Ha affermato Axmacher:

“Nel secolo scorso, la ricerca sulla memoria si è concentrata principalmente sulla comprensione di come le informazioni possano essere ricordate con successo. Tuttavia, dimenticare è fondamentale per il benessere emotivo e consente agli umani di concentrarsi su un compito.”




Una nuova terapia contro lo stress post-traumatico

I ricercatori hanno registrato l’attività cerebrale di 22 pazienti, che avevano impiantato elettrodi nella corteccia prefrontale o in una struttura più profonda, l’ippocampo. Hanno presentato ai partecipanti un numero di parole, chiedendo loro di ricordare o di dimenticarli. Mentre conducevano l’analisi, i ricercatori prestarono molta attenzione all’attività ritmica sincrona nell’ippocampo e nella corteccia prefrontale. Durante l’oblio attivo, le oscillazioni in entrambe le aree del cervello hanno mostrato cambiamenti caratteristici in specifiche bande di frequenza.

Spiega Carina Oehrn, inizialmente coinvolta nel progetto di ricerca:

“I dati ci hanno mostrato che durante l’oblio attivo, l’attività nell’ippocampo, una regione importante per la memoria, è regolata dalla corteccia prefrontale.”

Il team ritiene che la ricerca sull’oblio volontario possa costituire la base di potenziali nuove terapie del disturbo da stress post-traumatico. Ciò indurrà i pazienti ad alleviare i ricordi emotivi negativi nel corso del tempo.

I risultati completi sono presentati nella rivista Current Biology.

Roberto Bovolenta

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