Il “vizio assurdo” che tormentò Cesare Pavese

«Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.»

Queste le ultime parole scritte da Cesare Pavese. Ritrovate fra le pagine di un diario, nella stanza d’albergo in cui Pavese, ingerendo una dozzina di bustine di sonnifero, si tolse la vita. Era il 27 agosto 1950 e da quel giorno sono passati esattamente settanta anni.

Poeta, scrittore di prosa, critico letterario, traduttore, intellettuale. Cesare Pavese è ricordato ancora oggi come uno dei massimi esponenti dell’arte letteraria del Novecento. Nato nel paesino di Santo Stefano Belbo il 9 settembre 1908, sin dall’infanzia coltivò un profondo rapporto con il luogo di nascita, luogo di cui continuò  ossessivamente a scrivere nel corso della sua vita.

Oggi vedevi la grossa collina a conche, il ciuffo d’alberi, il bruno e il celeste, le case e dicevi: è come è. Come deve essere. Ti basta questo. È un terreno perenne. Si può cercar altro? Passi su queste cose e le avvolgi e le vivi, come l’aria, come una bava di nuvole. Nessuno sa che è tutto qui.

 

Cesare Pavese – Il mestiere di vivere, 1947

Era tutto lì, nelle amate Langhe che, quasi adolescente, fu costretto ad abbandonare per trasferirsi a Torino. Qui portò a termine gli studi classici e fece il suo ingresso nella casa editrice fondata da Luigi Einaudi. Il primo contatto ufficiale con il mondo letterario al quale Pavese sarebbe stato lungamente destinato. Tra il 1930 ed il 1940, contribuì in modo significativo alla conoscenza e alla diffusione della letteratura americana.

Anticonformismo e solitudine nelle poesie-racconto di “Lavorare stanca”

Introverso e timido, più incline alle lunghe passeggiate e alla lettura che alle relazioni umane, Pavese dimostrò di andare controcorrente rispetto alle influenze ermetiche del suo tempo con la raccolta poetica “Lavorare stanca”. I suoi versi, ricchi di tessuto narrativo e caratterizzati da un linguaggio realistico, si susseguono in una sorta di poesia-racconto. Una poesia prosastica grazie alla quale Pavese riesce ad esprimere il senso di sradicamento e di lontananza così come i motivi che saranno centrali in tutta la sua poetica. La silenziosa solitudine che lo caratterizza, l’incomunicabilità, il tema dell’infanzia – creatrice di miti.

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

 

Cesare Pavese – Lavorare stanca, 1936

L’antifascismo, il confino e la nascita de “Il mestiere di vivere”

La pubblicazione di “Lavorare stanca” avvenne nel 1936, anno del suo confino in Calabria. Come molti intellettuali del tempo, Pavese era stato accusato di antifascismo e dovette quindi abbandonare Torino nel 1935. In quello stesso anno, Cesare Pavese cominciò a scrivere un diario, il suo zibaldone personale, in cui continuò ad annotare frammenti dei suoi pensieri fino alla fine dei suoi giorni. “Il mestiere di vivere” venne pubblicato postumo al suicidio dell’autore e rappresenta la più intima rappresentazione scritta dei suoi sentimenti.

Io non so ancora se sono un poeta o un sentimentale.

 

Cesare Pavese – Il mestiere di vivere, 1936

 “Il mestiere di vivere” è però anche un’affascinante dichiarazione poetica. La poesia, per Pavese, non può che suscitare commozione. La poesia è il ricordo vivace dei miti dell’infanzia, il tentativo di colloquiare con se stessi, l’incontro con la propria memoria. Nella poetica decadente di Cesare Pavese, scrivere rappresenta l’unica possibilità di sentirsi vivi, liberandosi così dalla continua tentazione della morte.

La perpetua memoria delle radici, “La luna e i falò” e la fine di Cesare Pavese

La conclusione della vita letteraria di Pavese non poteva che avvenire così, con una prosa malinconica, il racconto di un ritorno. La storia di un orfano che dopo molti anni torna al paese di origine, luogo dove ha trascorso la sua infanzia. E lo ritrova cambiato, mutato, trasformato.

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti

 

Cesare Pavese – La luna e i falò, 1950

La luna e i falò” rappresenta l’ultima, amara, tragica riflessione di Pavese: della nostra vita non rimane che un labile segno, un mucchio di cenere, come nel posto dove ha bruciato un falò. E’ la caduta dei miti infantili, la culminante consapevolezza del fallimento, il senso doloroso di una irreparabile rovina che può essere fermata solo con la morte. La morte resta dunque l’unica possibilità di ribellione e la vocazione al suicidio è, come definita da Pavese stesso, un “vizio assurdo” ma anche la sola via d’uscita.

Carola Varano

 

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