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Home Cultura

Chet Baker: il fiato, la voce, la tromba. Storia di un jazzista

di admin
31 Dic 2020
in Cultura
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chet baker
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Chet Baker è stato uno dei più famosi trombettisti di tutti i tempi, ed è spesso associato a Miles Davis per fama. Miles Davis, quello di It never entered my mind, per intendersi.

Nato nel 1929 a Yale, era figlio d’arte – il padre era un chitarrista – e si avvicinò alla musica molto presto. Quando era solo un bambino, infatti, gli fu regalato dal padre un trombone, poi sostituito con una tromba. Cantava in corsi amatoriali, e nel coro della chiesa. Iniziò a studiare musica, ma a soli 16 anni, nel 1946, decise di arruolarsi nell’esercito.

La sua giovinezza fu segnata dall’incostanza, all’insegna di studi intrapresi e poi interrotti, e vita da soldato. Ma il talento gli permise di superare ogni difetto di formazione. Il talento non ha bisogno di essere addomesticato, ma solo di esprimersi.  Per quanto riguarda la carriera militare, fu costretto ad interromperla, poiché in seguito a test psichiatrici fu ritenuto inadatto, e quindi fu libero di dedicare tutto se stesso al jazz. Di conquistare un posto nel mondo della musica grazie al suo innegabile, delicato e carezzevole talento.

Il successo arrivò nel 1952, anno in cui Charlie Parker lo scelse per suonare in una serie di concerti sulla West Coast. Dopo questo tour, iniziò a suonare con Gerry Mulligan in un quartetto, e si distinse. Il suono della sua tromba spiccava, come era naturale che fosse. Una ‘voce’ intima, quella del suo strumento. Un malinconico trionfo di suoni. Chet non era un esecutore, ma un vero artista. La sua musica animo che si fa  spazio su un pentagramma.

E’ di questi anni una delle sue interpretazioni più famose, quella di My funny Valentine, che non conosce eguali.

Il gruppo di Mulligan si sciolse prestissimo per problemi di droga, e fu allora che Chet Baker decise di fondare una sua jazz band. Suonava la tromba, ma cantava anche.

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Il 1954 è per il nostro musicista un anno di grande trionfo, un anno decisamente degno di nota:  ricevette infatti il premio di migliore strumentista nel sondaggio della rivista Down Beat, battendo tra gli altri anche Miles Davis. Ma quella di Chet Baker non è una storia solo di successi. La sua carriera fu compromessa dai grossi problemi con l’eroina, una dipendenza che gli costò anche dei guai legali.

Nel 1960 fu infatti condannato a 16 mesi di detenzione nel carcere di Lucca. Fu trovato con una siringa nel braccio, in un autogrill, e fu condannato per possesso di stupefacenti. In realtà, si trattava di un analgesico illegale nel nostro paese. Durante questi mesi, fu privato della più grande gioia: quella della musica. Gli era permesso, infatti, di suonare solamente di suonare 10 minuti al giorno. Sicuramente le mura di quel carcere non hanno conosciuto melodia più bella. Ma questo guaio legale ebbe anche altre conseguenze: gli valse l’espulsione da Germania dell’Ovest e Inghilterra.




Nel 1966  tornò negli Stati Uniti, ma smise di suonare perché gli erano caduti gli incisivi, indispensabili a un trombettista. Rimane il dubbio su come fosse successo, se per i problemi di droga o per una rissa, che sarebbe stata causata dal mancato pagamento di uno spacciatore.

Chet finì così a lavorare in un distributore di benzina. E proprio a quel distributore incontrò Dizzy Gillespie, che lo aiutò a rimettersi in carreggiata e lo convinse a riprendere a suonare. Lo aiutò a trovare i soldi per farsi una dentiera, ma suonare con una dentiera era molto difficile, e Chet dovette adattare il proprio stile alla nuova dentatura.

Decise di tornare in Europa, per poi tornare a New York. In questo periodo collaborò con Elvis Costello – rimane memorabile il suo assolo nella canzone Shipbuilding.

Continuò a viaggiare per l’Europa, in particolare in Olanda, un paese dove le leggi sui narcotici erano decisamente più blande, e dove riprese a drogarsi con costanza.

Il 13 maggio 1988 Chet Baker morì cadendo da una finestra del Prins Hendrik Hotel di Amsterdam. Non sono del tutto certe le cause della sua morte, ma la versione ufficiale dell’incidente resta comunque la più plausibile.

E’ cosa certa, invece, che la sua musica resterà immortale.

Sofia Dora Chilleri

Tags: arteCharlie Parkerchet bakerJazzMiles Davismusicatossicodipendenzatrombettisti
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