Apache: storia di un popolo che ha lottato da sempre per la libertà

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“Io sono nato nelle praterie dove il vento soffia libero e non c’è nulla che ferma la luce del sole. Io sono nato dove non c’erano costrizioni.”

-Geronimo

Gli Apache sono un insieme di tribù che occupavano la parte Sud-Occidentale degli Stati Uniti.

Sono ricordati per il valore mostrato in battaglia.  Virtù, questa, che avevano sviluppato per necessità, essendosi ritrovati (a causa della loro posizione tra New Mexico e Arizona) a combattere più di un popolo, nel tentativo di conquistare la loro terra. Gli Spagnoli prima, i Messicani e i “Bianchi” dopo.

Furono proprio gli Spagnoli ad attribuirgli il nome con cui li conosciamo ora e che, secondo alcune fonti, significherebbe “nemico”. Gli Apache invece, preferivano designarsi col nome “Dineh” (popolo).

Tuttavia, è bene capire che quando ci si riferisce agli Apache, in realtà si parla di tante tribù, anche molto diverse tra loro. Come ad esempio i Lipan, gli Jicarilla, i Mescalero, i Mimbreño, gli Ndendahe e i Chiricahua.

Quest’ultima pare essere la tribù a cui si unì il grande condottiero Geronimo.

Il mito di Geronimo ha avuto largo seguito nella cultura occidentale. I generali statunitensi che si batterono per catturarlo, rimasero a bocca aperta dinanzi all’abilità e alla tenacia di quest’uomo.

La sua determinazione nello sconfiggere i conquistadores, purtroppo però, è da attribuire ad un grave lutto: la perdita della madre, della moglie e di due dei suoi figli per mano dei Messicani. Da allora fu la grande sete di vendetta ad ispirare Geronimo (nome che per altro gli fu attribuito proprio dai suoi nemici).

Dopo l’indipendenza del Messico nel 1821, un nuovo nemico era alle porte: gli Stati Uniti. Sconfitto il Messico, anche grazie all’aiuto dei nativi, furono i condottieri “bianchi”  a reclamare quelle terre come loro proprietà.

Stipularono un accordo, che però era destinato a durare poco. Le terre messicane infatti, non bastavano più, da quando gli Americani avevano scoperto la presenza di miniere d’oro sotto le Santa Rita Mountains.

Iniziarono le cosiddette Apache Wars.

Nel 1876 il governo americano decise di portare tutti gli Apache in un’unica riserva, ma Geronimo e la sua gente riuscirono a fuggire.

Così per anni, nonostante il tentativo degli Americani di imprigionarli e tenerli sotto il proprio controllo, vissero liberi. Conoscevano la loro terra molto meglio di chi era venuto a reclamarne il possesso.

Il generale Miles impiegò più di 5000 uomini per stanare un gruppo di soli 36 indigeni, fallendo miseramente. Ma quando gli Americani decisero di servirsi di altri Apache per scovarli, per loro non ci fu scampo.

Il 4 settembre 1886 Geronimo accettò la resa, a patto di poter ritornare a casa. Invece furono portati in Florida, dove divennero ufficialmente prigionieri di guerra. Il difficile fu adattarsi alle condizioni climatiche di una terra, che non era la loro, che non conoscevano e dove, per questo, non riuscivano a vivere. La malaria e la tubercolosi fecero il resto.

Gli Americani decisero allora di portarli in Oklahoma, dove per la prima volta, dopo tanto tempo, risentirono l’ululato dei coyote.

Si sentirono di nuovo a casa, ma la libertà era ancora lontana. Geronimo aveva una certa fama tra i bianchi e in men che non si dica fu trasformato in una leggenda vivente (o un fenomeno da baraccone come egli stesso affermò).

Questo gli diede l’opportunità di incontrare il presidente Theodore Roosvelt, al quale chiese, per l’ennesima volta, di poter tornare nella sua terra, quella di cui gli uomini bianchi s’erano appropriati con la forza. E per l’ennesima volta l’uomo bianco lo tradì. Morì poco dopo di polmonite.

Negli anni Geronimo e gli Apache sono diventati il simbolo dell’estrema lotta per la libertà. Loro che si sentivano “figli della Terra” e non padroni, sono e saranno sempre come il vento: impossibili da catturare.  Viaggiano attraverso l’immaginario collettivo, diventando esempio della voglia di riscatto dei più deboli, come per gli ULTRAS napoletani descritti nel film di Lettieri.

 

Giulia Di Carlo

 

 

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