Chi tutela i migranti che lavorano nei campi ai tempi del coronavirus?

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I migranti che lavorano nei campi ai tempi del coronavirus sono quelli che ci garantiscono di trovare gli scaffali pieni al supermercato. I braccianti sono infatti da sempre tra i lavoratori essenziali alla società, in quanto primo anello della grande distribuzione che porta il cibo dai campi alle nostre tavole. Ciò nonostante i decreti presidenziali delle ultime quattro settimane non ne hanno tenuto conto.

La Coldiretti ha recentemente dichiarato che “più di ¼ del Made in Italy a tavola viene raccolto nelle campagne da mani straniere“. I lavoratori agricoli regolari che arrivano dall’estero sono 370mila. A questi vanno aggiunti però anche gli irregolari, piuttosto numerosi.

La maggioranza  dei braccianti sono stranieri e vittime del caporalato. Si tratta di lavoratori sottopagati, ingannati con falsi contratti che non gli consentono di ottenere il permesso di soggiorno, e senza fissa dimora. Questi migranti, che a marzo lavorano perlopiù in Calabria alla raccolta delle arance, vivono in condizioni di estrema precarietà abitativa che rendono difficile, se non impossibile, prevenire la diffusione del coronavirus.



La situazione che più preoccupa è quella della piana di Gioia Tauro dove attualmente si trovano circa 1200 migranti. Questi vivono tra i comuni di  Rosarno, Taurianova, Gioia Tauro e San Ferdinando, spesso senza avere neanche accesso all’acqua e occupando una tenda in 7 o 8. In posti come questi mettere in pratica le indicazioni ministerali riguardo la prevenzione del contagio è praticamente impossibile.

Nel mezzo dell’emergenza sanitaria, trovare una soluzione alle condizioni di vita della manodopera agricola diventa ancora più importante.

Se infatti la situazione di precarietà abitativa dei braccianti era una realtà anche prima del Covid-19, ora potrebbe diventare un problema di oggettivo interesse comune. Regioni come Puglia e Calabria sono caratterizzate da un sistema sanitario fragile, che non sarebbe in grado di sopportare eventuali focolai epidemici. Posti come la tendopoli di San Ferdinando però potrebbero facilmente diventarlo.

San Ferdinando è dove si era recato Salvini l’anno scorso per mettere in scena uno dei suoi sgombri con ruspa. Dopo lo show non si è neanche preoccupato di far ripulire i resti dell’insediamento, ed una nuova tendopoli è stata ricostruita dall’altro lato della strada. Qui vivono 500 persone in spazi ristretti e poco igienici. Il clima di crescente tensione all’interno del campo ha portato un paio di giorni fa anche allo scoppio di una rivolta.

Va detto che, come riferisce Valerio Nicolosi nel suo reportage sulla piana di Gioia Tauro, la situazione di San Ferdinando non è la peggiore della piana calabrese. A Taurianova ad esempio 200 braccianti vivono senza avere accesso all’acqua. In questo caso lavarsi le mani non è neanche una pratica consigliabile.

Questo tipo di situazioni chiariscono per quale motivo attivisti e associazioni chiedano prima di tutto delle soluzioni alla precarietà abitativa dei braccianti. Un primo passo potrebbe essere trasferire la popolazione delle tendopoli negli alberghi che hanno chiuso a causa dell’emergenza o all’interno delle strutture confiscate alla mafia. In questo modo  si consentirebbe loro almeno di mettere in pratica l’autoisolamento.

Questo processo potrebbe poi essere parallelo ad una legalizzazione della manodopera bracciantile. Regolarizzare le migliaia di persone che lavorano nei campi italiani significherebbe fornirgli documenti, un tetto, e riconoscerli come lavoratori, facilitandole nell’acquisire i diritti e i doveri tipici della cittadinanza. Trovarsi in precarietà abitativa ed essere illegali oggi più che mai significa rischiare la vita, data l’impossibilità di proteggersi e la difficoltà di accedere a test e cure.

Va ricordato che l’articolo 32 della nostra costituzione riconosce a tutti i diritto di salute, non solo ai cittadini italiani. Tuttavia la gestione regionale del settore sanitario ha creato nella pratica delle disparità di trattamento.

Per ora non ci sono positivi confermati nelle tendopoli italiane. Tra i migranti l’unico caso ufficiale è quello di un ragazzo che è stato trasferito da Cremona al Centro per rimpatri di Gorizia, dove è morto per coronavirus. La sua storia ha aperto anche il dibattito riguardo il senso della reclusione ai fini del rimpatrio se, di fatto, in questo momento è impossibile rimpatriare. Su questo aspetto è intervenuto anche il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, chiedendo agli stati membri di rilasciare i migranti che si trovano nei Cpr.

Uscendo dai Cpr e tornando alle campagne italiane, regolarizzare i migranti che lavorano nei campi ai tempi del coronavirus contribuirebbe all’interesse nazionale scongiurando l’emergere di nuovi focolai.

Oltre alla situazione igenico-sanitaria occorre considerare quella economica. Aboubakar Soumahoro – attivista per i diritti dei braccianti – ha chiesto al presidente Giuseppe Conte l’apertura del decreto “Cura italia” anche alla manodopera agricola. Questi lavoratori infatti, seppur considerati essenziali, sono stati esclusi dalle misure economiche di sostenimento in quanto ancora attivi. In realtà però per molti di loro alla già precedente condizione di sfruttamento si aggiungono nuove problematiche.

Le misure per il contenimento del contagio prese in Europa hanno ridotto notevolmente il numero di braccianti. Questa diminuzione è dovuta proprio all’alta presenza di stranieri nella manodopera agricola.

Bisogna ricordare che il lavoro dei braccianti è un lavoro stagionale. Alcuni, soprattutto polacchi e rumeni,hanno lasciato da  tempo i campi per il timore di non riuscire a tornare a casa una volta finita la stagione. Altri non sono mai arrivati in Italia per i divieti imposti dai paesi natali.

Per bloccare l’emorragia di manodopera la Coldiretti ha chiesto all’UE di lasciare aperte le frontiere ai lavoratori agricoli, costruendo una sorta di “canale verde”.  Mentre invece l’ex ministro Salvini si oppone e propone di rimediare alla carenza di braccianti assumendo gli italiani in cassa integrazione.

Ad essere in difficoltà non è solo la produttività del settore agricolo ma anche la possibilità di mantenersi degli stessi braccianti.

La raccolta delle arance tipicamente calabrese sta per terminare, ma ai braccianti – come a tutti – sono proibiti i grandi spostamenti. Questo gli impedisce di raggiungere la Puglia o eventualmente le regioni del Nord Italia come il Piemonte, dove in questo momento invece la loro manodopera sarebbe più richiesta. Questa situazione ha reso difficile procuparsi i pasti, figuriamoci mascherine o igienizzanti.

Fino ad oggi sono state le associazioni, come MEDU (Medici per i diritti umani), a rifornire di alimenti e strumenti di prevenzione – quelli che hanno potuto trovare – i migranti.

La tutela di queste persone – più che fondamentali per un settore che, tra le altre cose, in piena pandemia stima un enorme aumento di profitti – non può essere affidata solo al volontariato. Il sindacato FLAI CGIL sta cercando di intavolare conversazioni con la ministra all’agricoltura Teresa Bellanova e con la ministra dell’interno Luciana Lamorgese.

Per ora ciò che si può fare secondo gli attivisti è cercare di supportare l’attività delle associazioni che si trovano sul territorio. Diletta Bellotti – che abbiamo intervistato qui – insieme a Lucrezia de Fazio raccolgono fondi per finanziare il lavoro di MEDU. L’iniziativa è intitolata “LET’S FACE IT” proprio perchè parte dalla volontà di decostruire il messaggio per cui di fronte alla malattia saremmo tutti uguali. In realtà infatti non tutti rischiamo in misura uguale il contagio o l’instabilità economica. Lucrezia de Fazio mette il suo lavoro artistico a disposizione dei donatori. “LET’S FACE IT” deve incoraggiarci a prendere coscienza di non essere tutti uguali davanti alla malattia. Partendo da qui allora – per chi ne ha la possibilità – bisogna aiutare i migranti che lavorano nei campi ai tempi del coronavirus.

Marika Moreschi

 

 

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