L’illusione del chilometro zero: perché non è sempre la scelta migliore per l’ambiente

Negli ultimi cinquant’anni, i supermercati ci hanno gradualmente educato alla presenza di cibi svincolati dalla stagionalità: ciliegie a dicembre, arance a giugno e angurie a marzo. Poi, qualche anno fa, è arrivato l’imperativo del chilometro zero: bisogna mangiare solo ciò che non fa tanta strada per raggiungerti, quindi no alle banane australiane, no ai pomodori messicani e no alle fragole argentine. 




Effettivamente, il vantaggio della stagionalità e della verdura o frutta fresca non sta poi solo nel minore impatto ambientale. La nostra dieta ne guadagna in sapori, generalmente meno intensi invece nei cibi colti immaturi o congelati per affrontare le traversate di settimane prima di arrivare in tavola. Spesso, si aggiunge un vantaggio anche economico di sostegno alla filiera corta, che favorisce dunque l’economia locale e che evita l’utilizzo di imballaggi e la produzione di emissioni dovute ai trasporti.



Un trend fuorviante?

Un recente articolo della ricercatrice Hannah Ritchie per Our World in Data spiega però come il chilometro zero possa essere un’abitudine alimentare fuorviante. Innanzitutto, le emissioni inquinanti causate dall’industria alimentare sarebbero una percentuale risibile rispetto al totale. Un rapporto dell’Onu del giugno 2020, però, non è d’accordo con questa ricerca, perché afferma che conservazione, imballaggio e trasporto degli alimenti producano tra il 21 e il 37% del gas serra.



C’è però un’altra considerazione da fare: meglio mangiare un cibo prodotto in posti lontani con una piccola emissione di gas serra o più ambientalista mangiarne uno prodotto vicino a casa, ma con una grande produzione di anidride carbonica?

60 chili di gas serra per un chilo di manzo

La ricercatrice prosegue il suo approfondimento attraverso un grafico, in cui mette a confronto 29 prodotti alimentari. Di questi compara la quantità di emissioni necessaria per produrli, dallo sfruttamento della terra, al mangime, dalla lavorazione alla refrigerazione, passando per trasporti e imballaggi.

Produrre un chilogrammo di carne di manzo comporta l’emissione di 60 chili di gas serra, essenzialmente dovuti allo sfruttamento della terra e alla quantità di metano prodotta dai ruminanti. Le emissioni dovute alla conservazione, al trasporto e agli imballaggi, invece, sono di molto inferiori.

Anche le questioni etiche

E’ quindi più che altro una questione di “che cosa” mangiamo e non “da dove” proviene. La carne di pollo e di maiale sono meno impattanti, perché per produrne un chilo si emettono rispettivamente 7 e 6 chili di anidride. E tutto questo senza considerare le questioni etiche, relative all’elevata intelligenza emotiva dei suini o il problema degli allevamenti intensivi per il pollame.

Le emissioni dovute al trasporto, comunque, sono meno del 10 % del totale: significa quindi che è meno impattante mangiare banane del Brasile che ordinare la bistecca di manzo della fattoria appena fuori città.

Ritchie fa poi una distinzione per il trasporto aereo, un mezzo problematico dal punto di vista delle emissioni. Il trasporto del cibo, però, riguarda solo lo 0,16% del totale, poiché si predilige la nave.

Locale? Solo se fresco

Inutile dire poi che il prodotto locale è da prediligere solo se fresco, perché la lunga conservazione comporta, ancora una volta, emissioni. Un esempio riportato da Il Post è quello relativo alle mele. In Gran Bretagna, la raccolta avviene d’autunno e la vendita è immediata. Se raccolte nella stagione più calda, invece, c’è uno spreco di emissioni, perché vengono conservate a lungo. La stagione del racconto in Nuova Zelanda è opposta e quindi arrivano mele neozelandesi che, tramite il trasporto navale, sono costate meno delle emissioni necessarie per conservare le mele britanniche. Sempre Il Post cita l’esempio dei pomodori, che in UK vengono spesso coltivati in serre e sono quindi più impattanti di quelli che arrivano dall’Italia.

La scelta, dunque, non è semplice e neppure immediata: necessiterebbe di ore e ore dedicate a una spesa attenta e non impattante. Oltre a questo, poi, andrebbero ad aggiungersi tutti gli approfondimenti etici del caso. Il vortice poi ci trascinerebbe forse in un immobilismo un po’ estremista, visto che la nostra stessa esistenza è sempre e comunque più o meno impattante. Chilometro zero sì o no, quindi? Anche qui, la questione rimane aperta: chilometro zero sì, ma con un sacco di “ma”. 

Elisa Ghidini

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