Chirurgia estetica nei bambini. Quanto giova?

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Un tempo appannaggio di signore animate dalla voglia di combattere i segni del tempo o le imperfezioni, la chirurgia estetica oggi è sempre più “young”. Così “young” da spingersi ai limiti dell’infanzia.

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“…anestetico d’effetto e avrai una faccia nuova grazie a un bisturi perfetto”. Così cantava Donatella Rettore nel lontano 1979 perché la voglia di essere perfetti, il senso del bello da perseguire, non passano mai di moda. Semmai potremmo parlare di una moda che, al pari delle altre, cambia nel tempo. Come cambi non importa; quel che stupisce e spinge ad approfondire è chi vi fa ricorso. Pensate forse che la chirurgia estetica continui ad essere prerogativa tutta femminile? Niente di più sbagliato! Ah…già, ci sono poi tutte quelle statistiche e quei servizi e tutta quella montagna di reportage sui cambiamenti dell’uomo odierno, decisamente più narcisista del prototipo di virgulto spartano tutto acqua e sapone, convintamente anti cremina.

Fin qui tutto bene. Poi? La sostenibile (nel senso di costi sempre più accessibili) leggerezza di diventare immensamente belli si è diffusa in modo così massiccio da intercettare un target finora preso di mira dal marketing dei giocattoli. Esattamente, parliamo dei bambini. Negli States il ricorso al bisturi per motivi estetici è in costante aumento nei bambini. Ma cosa avranno mai, ‘sti angioletti, per approdare sul lettino del chirurgo? Il motivo sarebbe il bullismo. Pur di evitare che i propri figli diventino oggetto di scherno per piccole imperfezioni, i genitori americani preferiscono “estirpare” il problema alla radice.

Gli esperti dell’American Society for Aesthetic Plastic Surgery parlano di un aumento del 30% negli ultimi dieci anni. Come era prevedibile, questa tendenza ha preso piede anche in Europa e persino l’Italia non ne è immune. Al riguardo, però, va specificato che quel minimo di rigore etico si fa sentire, per cui gli ambiti di intervento continuano ad essere abbastanza ristretti. Gli interventi di tipo puramente estetico riguardano maggiormente la correzione delle cosiddette “orecchie a sventola”. Generalmente si interviene verso gli otto anni del paziente, fase in cui lo sviluppo dell’orecchio è pressoché terminato (90 – 95%). Al di fuori dell’otoplastica, gli interventi di chirurgia plastica sono per lo più di tipo ricostruttivo, come nel caso della palatoschisi – il cosiddetto labbro leporino – o quando il paziente presenta delle anomalie congenite che ne compromettono le normali funzionalità organiche.

E’ così che opera la chirurgia plastica umanitaria, quella di Aicpe Onlus che in Togo ha ridato la “normalità” a giovanissimi pazienti con problemi fuori dal comune. Bambini piccolissimi, con cicatrici da ustioni mai curate o mal curate da sciamani. Pazienti piccolissimi affetti da tante e tali patologie, da essere considerati vittime di malefici e pertanto banditi dalla comunità.

Nell’incessante lavorìo di queste missioni umanitarie, stridono le vicende accadute qualche anno fa, nel Regno Unito come in Italia, dove due coppie con figli down hanno deciso di sottoporre i propri pargoli a interventi di chirurgia estetica per eliminare quei tratti somatici tipici che li avrebbero – sostengono – stigmatizzati socialmente. Ovviamente, il Comitato Nazionale di Bioetica non ha tardato il proprio parere in merito alla vicenda, esprimendo un deciso rifiuto a simili interventi. Questo non ci esime dal porci alcune domande, perché intanto aumentano anche i giovani pazienti obesi che optano per la liposuzione, escludendo sin dal principio la classica soluzione “dieta e sport”.

La società “dell’effimera apparenza”comprende i limiti morali per un chirurgo estetico? E la morale stessa, il chirurgo, la dovrebbe avere o no? Meglio un rifiuto a un guadagno, una tantum, o valgono le leggi di mercato in barba ad ogni questione etica? E prima ancora del chirurgo, dovremmo chiederci se come genitori abbiamo fallito per quell’eccesso di cura e di premura che sfociano in un’accondiscendenza esasperata.

Ci spaventa il bullismo, certo. Ma ancora di più, mi terrorizza l’idea di non trasmettere a mio figlio l’autoironia, unico rimedio contro il virus della superficialità. Spianargli eccessivamente la strada, annullando il piacere della conquista o lo spirito di sacrificio, ottimi alleati quando si vuole perdere peso. Questo mi spaventa e mi allarma, perché è questo il vero cambiamento culturale, la misura del fallimento. Una volta ci insegnavano quel sano amor proprio, che non era fatto di specchi, ma di rispetto per la nostra unicità e per il prossimo, oltre a una sana dose di scanzonata ironia. Quella volta, tra i banchi di scuola, non c’erano poi neanche troppi bulli.

Alessandra Maria

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